mercoledì 29 dicembre 2010

Riflessione per non parlarsi addosso.

Senza nessuna pretesa...
Ci sono diversi modo per dedicarsi alla scrittura. Ovviamente la mia non è per nulla professionale e non segue regole imparate (se non quelle grammaticali quando non mi distraggo troppo o la mia ignoranza non viene a galla) Il racconto precedente è finito. Finito in un modo inaspettato anche per me che avevo tutte altre idee sulla sua conclusione ma soprattutto sul suo sviluppo. Ben vengano le sorprese. Devo dire che la cosa mi ha lasciato anche un po' confuso. C'era una storia da seguire, dei personaggi che mi avrebbero accompagnato nei momenti in cui scrivo tanto per dare libero sfogo a delle parole che in altrimenti rimarrebbero a bighellonare per la testa.
Da un certo punto di vista è un po' una "rinuncia". Le idee si sono perse per strada e ora mancano quei punti di riferimento che mi ero creato per giungere al finale. Da un altro punto di vista questa storia non mi chiede più di essere raccontata e nemmeno il finale mi sembra così necessario. E' chiaro che sia una cosa che riguarda solo me. Questo è un blog, non una rivista, un giornale o un libro che qualcuno ha comprato e da cui pretende di avere qualcosa. Proprio per questo corro il rischio di "parlarmi addosso" e non lo evito scrivendo tutto ciò in un post.
In tutti i casi. Credo, ho la convinzione, confido nel fatto che... ci siano sempre storie che vorrebbero essere raccontate. Quelle più "belle" credo che cerchino anche narratori adeguatamente preparati. Io mi occupo di quelle che mi passano per la testa, che non sono numerose, spesso sono incomplete e ancora più spesso vengono cestinate per la loro evidente inutilità. Perchè non tutte le storie sono da raccontare, come non è obbligatorio scrivere. A volte sarebbe molto più utile agire e lasciare qualcosa di tangibile sulla realtà che ci circonda. Credo che il solo scriverne possa diventare in qualche modo anche un limite ed un mezzo per distaccarsene. Un mezzo anche comodo e io non amo molto certe "comodità".
Ho comunque trovato un paio di storie, o almeno delle vaghe idee di storia.
Ma mi sono anche "affezionato" ai personaggi della precedente storia. Che forse non sono nemmeno riuscito a rendere personaggi. Quindi vorrei dare a qualcuno di loro la possibilità di prendere una forma migliore, di chiarirsi con se stessi e con chi, per caso o per volontà, si trovasse a leggerne. Ho provato varie volte a buttar giù un inizio, ma per ora non vuole partire e finisce sempre nel cestino. Che sia quello sulla scrivania del computer o quello della carta vicino alla scrivania "reale".
Mi ritrovo seduto su un tronco d'albero abbattuto con alcuni oggetti, alcune parole e la voglia di dargli un'ordine che li renda qualcosa di dinamico e di vivo.
Ci sono anche delle foto. Scattate senza nessuna connessione predefinita con la storia o le storie. Foto che senza essere delle "belle foto" mi suggeriscono delle connessioni narrative che ancora sembro non comprendere.
Vedremo...


mercoledì 13 ottobre 2010

I veri cambiamenti hanno gusti diversi dai soliti.

Lei è cambiata. Mi pare evidente. Non i suoi occhi certo! Lo sguardo che ogni tanto regala è lo stesso che mi aveva colpito la prima volta che la vidi, diversi anni fa, mischiata alla folla di una notte di festa.
In parte sono cambiato anch'io. O almeno lo spero. Non esserlo mi sembrerebbe un delitto verso il "buon gusto".
Ma che lei sia cambiata è qualcosa di più palpabile. I suoi movimenti si sono fatti più fluidi e sicuri. Ora guarda sempre dritta negli occhi di chi le parla.
Ha acquistato sicurezza in un certo senso, o forse ha tirato fuori quella che aveva già prima ma non sapeva ancora come mostrare. Sono rimasti intatti alcuni pudori e alcuni gesti. E' rimasta intatta la capacità di ascoltare. E' rimasto lo stesso il calore che il suo corpo emana anche solo passandoti vicino. Ma ha acquistato dinamicità, o dinamismo che dir si voglia. A volta si sofferma in silenzio in espressioni che sembrano tristi. Ma so che non è una cosa così scontata da indovinare.
E'una persona in cui ci si deve "immergere".
In caso contrario si rischia di capirne solo le parti più evidenti, che spesso non sono quelle importanti.
Mi parla delle sue occupazioni quotidiane e mi racconta aneddoti e intanto io mangio.
Cosa che non facevo da un po'. Io le racconto la storia di Sante. Quello che sapevo già e quello che ho capito dalla e-mail.
- Dovrei fare qualcosa… Non so quanto sia realmente importante o grave, ma sento di doverlo a Sante. Anche solo per fiducia che mi ha dimostrato… Non mi sembra una cosa così scontata, ora come ora.
Forse si sbaglia. Ma mi sembra di essere obbligato a dargli quel che posso. Non so se mi spiego.-
- Mmmm….-
Il suo classico verso neutro che non esprime un pensiero ma  l'ascolto è il pensiero.
- Si lo so. Non sono in forma, se mi passi l'eufemismo-
- No! Tu sei messo da schifo… Non ti vedevo così da anni… -
- Non lo sono più stato…. E' stato in quel periodo che ho conosciuto qualcuno che sapeva come "salvarmi", anche da me stesso.-
Lei abbozza un sorriso ironico.
- Non so di chi tu stia parlando…-
- Una persona… Forse non la conosci… Siete così diverse! Non ti piacerebbe nemmeno!-
Lei mi tira addosso lo strofinaccio della cucina.
- Non so cosa ne penserebbe quella persona. Ma io non credo che tu possa uscire di casa e metterti alla ricerca di una molto ipotetica donna scomparsa. Non sarei tranquilla a saperti in giro in queste condizioni… -
- Lo so. Non ho ancora capito cosa voglia esattamente Sante da me. Però è chiaro che in questo momento la mia momentanea ripresa è attribuibile esclusivamente alla tua presenza …-
- Sei di nuovo in vena di complimenti? -
- Potrei dire che sono in vena di te -
Mi esce questa frase dal profondo. La dico sorridendo, ma contemporaneamente so anche quanto possa essere vera.
- Peccato! -
- Che vorrebbe dire? -
- Non te lo dico…. Comunque dovresti telefonare a questo Sante e dirgli che tu sei fuori gioco per almeno un paio di settimane, e credo di essere ottimista. Prima riprendi qualche chilo e poi se ne parla….-
So che ha ragione, ma so anche che senza uno scopo, una ragione, un movimento, i chili non torneranno e la mia testa sarà libera di vagare.
Lei continua ad occuparsi degli oggetti sparsi in casa mia. Lava i piatti, chiude ante rimaste aperte per giorni. Cerca di capire cosa serva acquistare per la mia dispensa. Intanto fuma e si guarda in giro con curiosità. E' un po' che non veniva qui. Io sto seduto sempre sulla stessa sedia. Credo che cerchi segni di qualche presenza a lei sconosciuta. So che è curiosa e so che avrebbe voglia di riempire i tempi e gli spazzi che ci hanno separato. Lo so perchè sento la stessa esigenza.
Al posto del piatto è comparsa una tazzina di caffè Ho anch'io una sigaretta in mano e la guardo mentre le parlo. Ricordo di quando ci vedevamo spesso e ce ne andavamo in giro insieme la sera.
E' sempre stata la compagna ideale per me, anche per "annoiarsi". Ricordo che quando stavamo in un posto e ci dividevamo per un po' tra la gente, mi veniva sempre spontaneo cercarla con lo sguardo.
Era il mio modo di proteggerla. Ma anche quello di toccare il filo invisibile che ci univa. Quando ci scambiavamo sguardi da lontano sentivo che facevamo parte di qualcosa di palpabile. Ricordo la sua pelle e tutte le curve che prende sul suo corpo. La vedo e la sento qui e tanto basta.
Non ho altro da dire.
Squilla il telefono e non ho alcuna voglia di rispondere. Il tempo si  è fermato.

domenica 3 ottobre 2010

Non ci sarà più nessuno che ti vorrà bene come te ne voglio io

A volte la lettura mette in moto la memoria e fa perdere le distanze, crea una sorta di avvicinamento. E nonostante il vuoto esistenziale, la difficoltà nel riconoscersi e nell'individuare il mio esistere attuale, la e-mail di Sante fa scattare una serie di richiami e di ricordi emotivi. Quei ricordi che non sono chiari e narrativi, che non iniziano con un'immagine o una parola. E una sensazione che mi coglie improvvisa, imprevista ma forte e più reale di tutte quelle che attraversano il mio corpo negli ultimi tempi. Sante mi parla dell'Amore e io mi ricordo dell'amore. Non ne faccio una mera questione di lettere maiuscole e minuscole. Cerco in qualche modo di dare il giusto peso ad una parola che solitamente mi mette a disagio, non per timidezza ma per l'uso smodato che se ne fa. Credo che esista una vastissima gamma di
sentimenti che possano legare due esseri umani e non sempre sia amore quello che si è soliti indicare con quel nome. Esistono la tenerezza, la complicità, l'attrazione, il mutuo soccorso, la volontà, il desiderio… Forse non li conosco nemmeno tutti ma penso che sia importante, di volta in volta, capire le differenze e viverli di conseguenza. Ed è certo che non sia una cosa facile.
Io e Corso abbiamo usato la parola amore poche volte e con molto pudore.
Rimane il dubbio se ci sia da trarne vanto, da pentirsene o da dispiacersene.
Di queste poche volte ce ne sono state alcune in cui poi ci siamo accorti di esserci sbagliati e non è stato un gran risveglio.
Ma anche quando amore era non è stato facile averci a che fare, com'era naturale che fosse per due persone dedite alla "complicanza" e ad illuminazione conseguente a un colpo, ad un avvenimento traumatico.
E dire che non ne pensavamo poi così male dell'amore. Un giorno, parlando tra di noi,  arrivammo a dire che l'amore era l'anarchia dei sentimenti e delle emozioni, un fine alto e perseguibile anche per due come noi.
Quando venne e fu il momento di lasciarsi andare, non ne fui in grado, o non lo fui al momento debito e questo mostra quanto, spesso, a poco servano le lunghe riflessioni nel momento in cui sono poi le azioni a parlare di noi e a portarci in un posto piuttosto che in un altro. Quando incontrai l'amore gli diedi subito un altro nome e lo chiusi in un recinto fatto di paletti e di confini invalicabili. Era lo stupido modo che una parte della mia testa aveva trovato per non  doverlo chiamare amore e nonostante questo crebbe e prese le sembianze di quello che poi non avrei potuto non chiamare amore.
Io lo privavo di gesti semplici e di chiarezza e lui cresceva in complicità.
Io ne parlavo con ironia o tentavo un distacco e lui tornava a respirare ancora più forte. Condivisi questi momenti con la persona che era oggetto e soggetto di questo amore e solo tempo dopo ci accorgemmo di essere stati complici in questo piano. Quando io mi accorsi dell'amore non se ne accorse anche lei o almeno non gli diede  quel nome.
Perché dare nomi non è poi la cosa più importante. Ed è dubitando che lei lo mise in scena l'amore, salvandomi da me stesso. Rilucendo di nuove e più forte qualità, lei mi dimostro che era un amore di cui andare fiero  in tutti i casi.
Quando ho visto l'amore per lei l'ho preso e gliel'ho portato, perché mi pareva importante che non lo abbandonassimo come fanno quelli con i cani lungo le autostrade. Le volevo mostrare come nonostante tutto fosse ancora lì, come non avesse perso la sua forza, un amore fedele anche al più distratto dei suoi creatori.
Le dissi che un amore che aveva resistito a tutti i nostri capricci, forse voleva avere un po' di tempo per crescere ancora o esaurirsi in se stesso. Le dissi che a me sembrava necessario concederci questo tempo. Ma la trovai mentre mollava gli ormeggi e si allontanava. Non totalmente convinta forse, con alcune immagini poco chiare ma una grande determinazione.
Viveva il coraggio di chi è capace di costruire.
E io sapevo che non era poco.
Arrivai trafelato, mal vestito, con le tasche vuote e senza grandi sogni da
regalare. In mano avevo solo questo, l'amore. Una parola che avevo custodito, che avevo nascosto in un vecchio cappotto nell'armadio, un cappotto che non
avrei mai buttato via e in cui quella parola sarebbe stata al sicuro.
Andai a presentarmi con l'amore e ottenni molto e tanto di più e ancora adesso sento sotto i polpastrelli la percezione della sua pelle. Fu con questa che mi ricoprì e mi portò al sicuro.
Vorrei poter arrivare ad un finale, ovviamente positivo, per questo amore.
Ma non è questo il luogo nè il tempo. Ma è stata di nuovo lei ad aprire la porta,
con la chiave che non mi aveva mai restituito e che non volevamo che diventasse uno dei tanti doppioni. E' stata lei a guardarmi negli occhi e con la più grande naturalezza del mondo, avvicinarsi, guardarmi per un po' e poi dire:
- Spegni quel computer che ti cucino qualcosa. Hai una faccia che non si può  vedere. E se stai di nuovo lottando con qualche fantasma nella tua testa, sappi che non ho alcuna intenzione di sentire le solite cazzate. Tu non te ne vai da nessuna parte senza che te lo dica io… Eh dì di sì! -
Così per l'amore abbandono la e-mail in cui Sante mi ha scritto del suo perduto amore. Mentre la guardo muoversi davanti alle ante della cucina, cerco di dirle quanto sia bella ai miei occhi e quanto mi sorprenda vederla qui.
Lei si accende una sigaretta e con un'espressione buffa si avvicina. Tiene la sigaretta con la sinistra e batte con le nocche della destra sul mio naso. Mi nasce un'espressione idiota in faccia e lei scoppia a ridere e dice:
- Non ci sarà più nessuno che ti vorrà bene quanto te ne voglia io!-
Si gira e ritorna a preparare da mangiare. Su una sedia è appoggiata la mia chiave inglese, sembra volermi dire che non è finita qui.


domenica 19 settembre 2010

Per giudicare bisogna arrivare in fondo

- Eccomi, non ti dico quanto mi possa sentire coglione a fare questa buffonata che mi hai gentilmente richiesto…- Così inizia la email di sente. In qualche modo credo di immaginarmi quanto si possa sentire "coglione", visto ne sono il fautore e il progettista. - Ti considero un amico, forse l'unico vero amico che abbia in questo momento. E non credere che stia facendo leva sui tuoi buoni sentimenti! Sia chiaro, in questo momento penso che tu sia un'enorme testa di cazzo, un esaurito della balle che mi costringe davanti ad una tastiera per scrivere delle cose che potrei benissimo dirgli di persona raggiungendolo con meno di cinque minuti di passeggiata. Ma nonostante tutto ho capito che il problema è che tu sei esaurito. Passami il termine. Non so fino a che punto, ma per i pochi minuti in cui ti ho visto, mi è parso evidente. Fossi stato un altro avrei potuto pensare che ti fossi fatto di quacosa. Ma ti conosco abbastanza bene per sapere che è un'ipotesi da scartare. Dunque te ne sei andato via di testa, per qualche ragione a me sconosciuta.Così l'altro giorno, dopo essere tornato a casa, dopo essermi calmato, ho fatto la cosa più logica che potessi fare. Ho telefonato a Corso. Ti saluta. Gli ho spiegato il mio problema. L'ho tenuto al telefono almeno quattro ore… Alla fine eravamo concordi su una cosa. Sei l'unico di cui mi possa fidare e grazie a Corso so anche come proporti la cosa.Ti offro un lavoro…-
Questa non me l'aspettavo. Ma pensandoci Corso mi conosce bene.
Se dovessi accettare non mi tirerei indietro finché non l'avessi finito.
Poi Sante va avanti con la "diagnosi" di Corso.
Riporta affermazioni, giudizi, ricordi di Corso rispetto ai miei malesseri.
Leggo cose di cui neanche mi ricordavo. Non che cambino di molto il quadro generale. In generale so cosa pensa Corso di me.Non ho assolutamente intenzione di unirmi alla scuola di pensiero "nessuno mi può giudicare". Ho sempre pensato che sia una delle più grandi stronzate che la mente abbia mai partorito. "Giudicare" ed "essere giudicati" non dovrebbero essere termini negativi. Credo sia più utile giudicare le azioni che i pensieri, ma in senso generale qualsiasi "giudizio" dovrebbe comportare del tempo, un minimo di ragionamento, un interesse. Mi spiego.
Se io faccio qualcosa e qualcuno mi chiede perché l'ho fatto, glielo spiego e a ciò segue un suo giudizio, anche se questo è negativo, è sempre il frutto del pensiero di una persona che ha impegnato parte del suo tempo ad osservare, ascoltare, pensare e poi parlare. Non mi sembra cosa da poco.Alcuni anni fa io e Corso eravamo in montagna, a casa di un'amica insieme ad altre persone. C'era una tizia che passò tutto il giorno ricordano un suo ex. Ne tesseva le lodi, fisiche, intellettive ed emotive. - Dovrebbero essercene di più di uomini così! Lui non mi ha mai giudicato.
Era carino con me, gentile. Mi stava ad ascoltare quando ne avevo bisogno. Non ricordo una sola volta in cui siamo entrati in conflitto. Eravamo sulla stessa linea di pensiero. Non c'era nemmeno bisogno che ci parlassimo, bastava uno sguardo…-. - E poi cos'è successo? Che fine ha fatto? - aveva chiesto qualcuno.
- L'amore è così… Cosa ci vuoi fare? Ad un certo punto se n'è andato con un'altra. Ma ci ha messo molto tempo a separarsi da me. E' stata quasi più dura per lui che per me! Figurati che quasi due anni dopo esserci lasciati ci siamo sentiti e poi incontrati per un po' di volte. Sembrava tornato tutto come prima. Poi lui non se l'è sentita di abbandonare la sua nuova compagna. Aveva tanti problemi ed avevano anche avuto un bambino. Io conoscevo il suo cuore gentile e l'ho lasciato andare. Ma gli ho assicurato che la mia porta sarebbe sempre stata aperta per lui… Non l'ho più trovato uno così e spesso mi manca…- - Qual era il suo film preferito?- le aveva chiesto Corso.- Sai che non me lo ricordo? Ma non era uno di quelli fissati con il cinema.- - Tifava per una squadra? Leggeva saggi o romanzi? Gli piaceva più la carne o il pesce? E qual era il suo rapporto con sua madre? Aveva dei bei ricordi di quando aveva cinque anni? - Corso le aveva continuato a fare domande a cui lei non pareva sapere rispondere. - Ma perché mi fai tutte queste domande? Me lo vuoi ritrovare? Sei un detective? Ti serve una foto?- ed era scoppiata a ridere.
- Avete scopato?- fu la sua ultima domanda - Beh certo! Siamo stati insieme per più di un anno! Non mi sono mai votata alla castità! Ma ti sembrano domande da fare?- aveva risposto lei.
- Quando vi siete rivisti, due anni dopo, avete scopato?-
- Perché dovrei risponderti? Guarda che ho capito! Tu mi stai giudicando! Tu pensi che io sia una di quelle che se la fa con quelli impegnati! Ma non mi conosci per niente! Tu non sai niente di me! Ci saremmo visti cinque o sei volte… E tu sei già li che mi punti il dito contro! Chi cazzo ti credi di essere?! -
La tizia si era fatta prendere dai nervi ed era andata avanti per un bel po'. Corso non le dava più retta. Dopo un paio di giorni la cosa fu dimenticata. Lei disse ad altri di non portare alcun rancore. Che le davano solo fastidio le persone che si permettevano di giudicare. Corso, informato, non dimostrò alcun interesse. Personalmente ero d'accordo con Corso, o almeno credevo di esserlo. Oggi nessuno vuole essere giudicato. Non lo vuole chi occupa le posizioni di potere, di qualsiasi potere si parli, non lo voglio i gruppi né i singoli. Ed a ciò si accompagna un certo "permissivismo" nel giudicarsi. C'è la tendenza a vedersi sempre un po' meglio di quello che sì è. L'autocritica è morta, seppellita da diritti incontestabili e condivisi. Si potrebbe essere accusati di violare la legge sulla privacy perché si assiste ad un omicidio? Non riesco a seguire un pensiero per più di dieci minuti. Ho pensato a tutto questo lasciando lì la e-mail di Sante.
- Il tuo lavoro sarà ritrovare Lucia. Perché è quasi una settimana che non la vedo e non riesco a mettermici in contatto… Non posso credere che sia stata una sua iniziativa quella di sparire. Se voleva lasciarmi me l'avrebbe detto in faccia. In fondo non ci vediamo da molto, per quanto io ammetta di essere coinvolto come mai lo sono stato… E comunque non ha senso perché tutto stava andando benissimo. Tu non hai idea!- Nonostante la forma scritta, qui Sante si era fatto prendere la mano. Mi racconta di sguardi, situazioni, parole, baci e carezze. Mi sembra di leggere un romanzo rosa che a tratti prenda una vena più erotica La e-mail è molto lunga. All'inizio non ci avevo fatto caso… Ma per giudicare dovrò arrivare fino in fondo…


martedì 14 settembre 2010

La lezione

Sono passati quattro giorni e non c'è traccia della e-mail di Sante.
E' pur vero che non mi ha nemmeno chiamato, non è venuto a suonare alla mia porta e non mi ha nemmeno risposto di no.
Conoscendolo credo che, seppur infastidito, se ha veramente bisogno di me, presto leggerò le sue righe. Forse ha capito che ho bisogno di tempo.
In un certo senso è quest'attesa a tenermi in piedi.
Non c'è ansia o agitazione è una questione assai diversa, è un input che arriva dall'esterno
Attualmente la risposta negativa, il "vaffanculo", la e-mail di Sante sono gli unici fili che mi colleghino con l'esterno.
Non lo capisco completamente neanch'io, ma così è.
Dopo avergli scritto l'sms, ho dovuto capire "come" avrei atteso la sua risposta. Perché è facile in certi casi darsi dei propositi ed è altrettanto facile pensare per qualche minuto e collegare il momento in cui si decide che inizia l'attesa e quello in cui l'attesa finirà, per poi iniziarne un'altra o per dare inizio ad un'azione. Nel mio caso il problema reale è che dopo meno di mezz'ora stavo naturalmente tornando preda dei miei malesseri.
E' stata questione di un attimo, l'attimo in cui me ne sono accorto e ho raccolto le forze. Forze di per sé risibili ma sufficienti per permettermi di pensare.
Non è la prima volta che mi trovo in queste condizioni e non ho mai pensato che sarebbe stata l'ultima. Così conservo medicinali utili in queste evenienze.
Ho raggiunto il mobiletto dei medicinali e mi sono subito accorto di avere una discreta collezione di pastiglie. Le prima quattro scatole risultavano scadute.
Un segno rinfrancante da un certo punto di vista, deve essere passato del tempo dall'ultima volta in cui ne ho avuto bisogno. Altre tre scatole erano alla fine, con i blister schiacciati come un cimitero di tombe divelte.
Ed erano ancora più vecchie delle precedenti. Forse le "prime", quelle che avevo tenuto quasi come souvenir del primo viaggio nelle ombre che la mia testa aveva deciso di farsi. Ne rimanevano ancora due. Le ho prese con una certa agitazione. Non avevo intenzione di rivolgermi a dottori, specialisti, strizzacervelli o simili per ottenerne altre. Sarebbe stato meglio? Forse, ma non avevo ancora deciso di tentare una risalita definitiva, m'interessava qualcosa di più momentaneo
Quando ho letto le date sulle confezioni mi sono sentito meglio. Quei numeri mi concedevano ancora tre mesi di affidabilità. Una delle due era praticamente nuova, l'altra a metà e per fortuna ambedue avevano lo stesso nome stampato sulla confezione.
Leggo sul bugiardino:
"La dose raccomandata è di 40 mg al giorno. I pazienti devono iniziare con una dose di 10 mg al giorna e la dose aumentata gradualmente, con aumenti di 10 mg al giorno, alla dose raccomandata in base alla risposta del paziente."
Ricordo con chiarezza che i 10 milligrammi all'epoca non mi avevano nemmeno fatto il solletico. Così ho deciso di iniziare con 20 milligrammi al giorno, esattamente il dosaggio di una compressa.
Questi farmaci non hanno un effetto immediato, di solito la prima compressa sembra di non averla nemmeno presa. Questa volta invece mi ha regalato almeno sei ore di sonno. Al risveglio ho controllato la casella e-mail, ma di Sante non c'era nessuna traccia. Inviti arrivati tramite social-network, offerte su siti di vendita, alcuni aggiornamenti provenienti da newsletter. Tutti finito immediatamente nel cestino.
Anche il cibo ha una sua funzione ben precisa. Ho letto da qualche parte che lo stomaco (o l'intestino, ora non ricordo) è l'organo su cui ricadono maggiormente i rapporti emotivi che abbiamo con chi e con ciò che ci circonda.
Attualmente mi è difficile individuare un "chi", ma sono pienamente cosciente che ci sono miliardi di persone là fuori e che presto potrei essere in qualche modo costretto a rivederne qualche decina.
Ho guardato nel frigorifero, era rimasta solo cibo surgelato, perlopiù verdure.
Il colore verde dovrebbe rilassare se non erro e così ho scelto degli spinaci.
Non dico che avessi voglia di spinaci né tantomeno che avessi un gran appetito ma ero cosciente che senza cibo la mail non l'avrei mai letta.
Nei due giorni successivi la paroxetina ha creato un minimo di "respiro".
Non so descrivere in altri modi la sensazione. Prima ti senti andare giù ad una velocità costante e ti senti immobile in questa sorta di affondare. Poi arrivi ad un punto in cui sei sul fondo, insabbiato. Trattieni il respiro perché ti sembra di essere costantemente sott'acqua. In qualche modo riesci a riossigenarti ma non ti è chiaro il modo. Poi non pensi nemmeno più a come stai respirando. Quelle compresse è come se ti fornissero una lunga cannuccia che arriva fino al di sopra dell'acqua. Con la cannuccia puoi respirare un po' meglio, anche se l'ossigeno arriva ancora in quantità molto di sotto della norma, ma intanto puoi dedicarti ad altro. Ritorni a muoverti un po' più fluidamente e a guardarti intorno con un po' di chiarezza, se di chiarezza posso parlare.
Il terzo giorno sono anche riuscito a fare una lavatrice, a pulire la cucina e ad andare, molto velocemente, a comprare del pane e del latte.
Al ritorno a casa sono crollato per qualche ora, mi ci è voluto un po' per tornare a livelli di coscienza accettabili. Non era successo niente. Appena uscito di casa avevo iniziato a ripetermi in testa le frasi che dovevo dire.
- Due ciabatte e un litro di latte intero, grazie…
Quant'è?…
A lei…
Buona giornata! -
Il negozio era anche vuoto e quindi ci ho messo poco, per strada non ho incrociato nessuno. Per la strada non c'erano nemmeno molte macchine.
E' stata la luce a cogliermi impreparato.
Molta più luce di quanta ce ne fosse a casa mia, un eccesso di vita in un certo senso.
Dopo cena mi faccio un caffè e mi metto davanti al computer.
Leggo a casaccio tra blog, siti d'informazione e forum.
Alle 22.00 precise vado sulla posta elettronica e trova la mail di Sante.
Ha un titolo ben preciso, "STRONZO" e finché non la aprirò non sarò sicuro se si riferisca a me, a se stesso o ad un terzo sconosciuto.
La paroxetina è un farmaco antidepressivo della categoria degli inibitori selettivi della ricettazione della serotonina. In qualche modo aumenta il flusso sinaptico della serotonina. Potrei dire una cazzotta, non sono un medico, ma l'ho capita così. Dicono che bisogna aspettare almeno un paio di settimane per capire se il farmaco faccia effetto o meno. Io so di per certo che le volte precedenti è servito, come ne sono serviti altri.
Ricordo anche benissimo che prima di prenderlo, durante, ma anche dopo, tutte le volte che ho "osato" dirne bene a qualcuno, tutti hanno come minimo storto il naso.
Perché quei farmaci lì, non oso nemmeno citarne il nome comune, non fanno bene…
si sa!Personalmente non sono un fan dei farmaci, non sono uno che quando ha due linee di febbre va dal dottore e si fa scrivere qualche chilo di antibiotici e richiede due o tre visite specialistiche .
Inoltre sono felice per tutti coloro i quali, dopo aver dichiarato di soffrire di
disturbi emotivi, psichici o simili, dicono che loro quella roba lì non la prendono, che ce la fanno da soli. Lo dico sinceramente, li ammiro.
Per quel che mi riguarda invece, ho imparato qualcosa. E non è stato nemmeno facile come lezione da imparare. Quando arrivo ad un certo punto, meglio una pastiglia al giorno che lasciare fare alle mie grandi risorse personali. Per questo prima di aprire la e-mail di Sante, mi vengono in mente tutti quei nasi "storti", tutte quelle smorfie e quei mugugni. Cerco nelle librerie musicali del computer e a loro, a tutti loro, senza troppa acredine né gran risentimento, perché non ce ne sarebbe ragione, dedico una canzone.

martedì 7 settembre 2010

24 per due non fa quarantotto

Uscito dalla doccia mi rendo in fretta conto che non è poi servita a molto.
Lavato via lo sporco rimangono comunque le maglie larghe, i fili spezzati o mal annodati tra loro. Cerco una soluzione logica ma sono lontano anche dal riuscire ad organizzare i pensieri più semplici.
Il mio cervello sembra totalmente occupato e sovraccarico nel dare gli ordini basilari agli arti e pare non farlo nemmeno troppo bene.
Non mi è mai stato chiaro se sia possibile capire quanta serotonina produca un corpo, non so nemmeno se la serotonina sia quantificabile, pesabile o osservabile in qualche modo. Se lo fosse, non so quanta ne troverebbero tra il mio cervello ed il mio intestino. Ma non è questo il punto, divago.
Da qualche parte è in agguato quel cazzo di "senso del dovere".
Mi muovo per la casa alla ricerca di qualcosa, ci vorrei inciampare sopra…
Accendo il computer ipotizzando di potermici collegare in qualche modo.
Punto tutto sull'interazione uomo-macchina in uno slancio di positivismo.
C'è una cartella sul deskstop, contiene almeno un centinaio di scatti che ho fatto ai miei piedi. Mi era parsa una buona idea, guardando quelle immagini avrei ripreso coscienza della mia mobilità e sarei uscito dal torpore e dall'immobilità.
Forse ho dimenticato che l'immagine può, al contrario, creare distanza.
L'immagine diventa proiezione di una realtà, non una realtà.
E' come se qualcuno guardasse una foto di quando aveva due anni.
L'immagine gli può restituire ricordi o forse sensazioni, ma sicuramente non lo può far ringiovanire.
Da alcuni giorni mi guardo le mani. Le apro e le chiudo aspettando di vederci apparire qualcosa dentro. La conclusione è che le mie mani non stringono niente e che non sono né un mago né un prestigiatore.
La via della conoscenza pare lastricata di negazioni.
Ma non è nemmeno questo il punto, sto di nuovo divagando.
La lotta è tra lo "stimolo", chiamiamolo così, che mi spinge a rimettermi in piedi per rispondere alla richiesta di Sante e l'evidenza della mia attuale situazione.
Pare che io riesca ad accettare parecchie cose, ma non quella di non portare a termine qualcosa, anche se ipoteticamente avrei accettato solo di starlo a sentire.
I minatori cileni sono ancora bloccatii sottoterra.
Lo leggo in rete, per puro caso.
Mi sento ancora più una merda di prima, ma sarebbe troppo facile dire che questo mi scuota.
Trentatré persone stanno a più di settecento metri sotto terra da più di un mese.
Posso indovinare quale potesse essere il loro stipendio ma non posso nemmeno lontanamente immaginare quali fossero le loro condizioni di lavoro.
I soccorritori sono in contatto con i minatori, riescono a fargli arrivare generi di sostentamento e i parenti gli scrivono lettere per essergli vicini.
Non sono in grado di trovare una morale in tutto questo.
A questa distanza è chiaro che tutta questa storia diventi un, seppur tragico, elenco di dati. Non è la prima volta che accade una cosa simile e non sarà l'ultima.
E questo acuisce la sensazione che nulla abbia un senso.
Rimango a fissare l'articolo in inglese che sto leggendo.
Non voglio confondere le sensazioni, sarebbe poco onesto.
Non voglio confondere quello che posso provare per trentatré persone che cercano di sopravvivere sottoterra e quello che sento nei confronti della mia esistenza. Non sarebbe giusto e non voglio farlo.
Sono cose talmente diverse che non credo possano avere lo stesso perso o la stessa misura.
Le ventiquattro ore passano inutilmente.
Mando un sms a Sante, mentre lo scrivo trovo l'ombra di una soluzione.
Lo starò ad ascoltare, in un certo senso. Gli darò anche una mano se mi sarà possibile. Ma lui dovrà scrivermi cos'è successo in una mail.
Dovrà essere chiaro, sia nelle spiegazioni che nelle richieste.
Io cercherò di esserlo altrettanto.
In modi e per motivi totalmente diversi, è la parola scritta a tenere in contatto umanità distanti.
24 per due non fa sempre quarantotto.


martedì 24 agosto 2010

Sante: ventiquattro ore e il "senso del dovere"

Non è il momento giusto per capire se io sia o meno un idiota.
Le mie attuali capacità di analisi sono scarse e mi porterebbero sicuramente a risultati parziali.
Sicuramente non è stata geniale l'idea di aprire bocca con Sante.
Soprattutto per dargli una specie di appuntamento per il giorno dopo.
Mi vengono in mente quei videogiochi in cui la "vita" di un personaggio è rappresentata da una linea di qualche colore.
A volte è verde altre volte è gialla.
Di solito quando la "vita" sta per finire la linea diventa rossa ed inizia a lampeggiare.
Nei videogiochi di solito ci sono vari modi per recuperare la vita e per tornare ad una splendente e piena linea verde, o gialla.
Qui però siamo distanti dall'essere dentro un videogioco.
La mia linea è rossa e assai lampeggiante.
Stare in piedi, nel senso letterale del termine, è uno sforzo che faccio difficoltà a spiegare.
E mi chiedo come io abbia fatto ad avere una reazione di fronte all'entrata di un esagitato dentro casa mia.
Senza nemmeno aver capito quale fosse il problema per cui gli serviva il mio aiuto.
Senza cercare almeno di capirne l'entità o l'importanza.
Da qualche parte conservavo una mia personale scala di valutazione di quelli che gli altri presentano come problemi.
Ed era una bella scala. Studiata, pensata e organizzata in maniera accurata.
Ben bilanciata tra razionalità ed quel po' di umanesimo che ci vuole in queste situazioni.
Sarebbe stato molto più saggio dire:
- Ehi... Vai a farti fottere e lasciami marcire qui per tutto il tempo necessario...-
Magari mi sarei preso un'altra serie di sganassoni ma in fondo l'integrità del mio corpo è una delle ultime cose che mi preoccupino attualmente.
Mentre penso a questo, in qualche modo, mi alzo e mi butto sotto la doccia.
L'acqua mi scorre addosso ma non lava via la pesantezza.
Probabilmente lo sporco, forse anche il sudore.
Ma l'impermeabilità che c'è tra il corpo e quello che ci sta dentro non permette all'acqua di arrivare troppo in profondità.
L'acqua non ha mai lavato via i ricordi, tanto meno i pensieri.
E' il rumore dell'acqua che mi da più sollievo, in qualche modo mi rilassa.
Forse Sante ha scelto il momento giusto per far leva sul mio "senso del dovere".
Due ore prima o due ore dopo e probabilmente l'avrei mandato a fare in culo.
O forse il senso del dovere è uno di quei sottili meccanismi che permettono ad un essere umano di non lasciarsi andare del tutto.
Di non toccare veramente il fondo.
Nel mio caso lo è.
Conosco esseri umani troppo vanitosi, troppo egocentrici, troppo sensibili, troppo credenti, troppo razionali...
O comunque troppo "qualcosa" per lasciarsi veramente andare.
Ricordo un'amica che, anni fa, pur dichiarandosi depressa e sull'orlo del suicidio, accoglieva chi andava a farle visita nel suo "nido di dolore", sempre perfettamente
truccata e con abiti non scelti a caso.
Per quanto mi dispiacesse per il suo stato, non pensai per un attimo che si sarebbe lasciata veramente andare.
Conoscevo un altro tizio che esprimeva tutta la sua disperazione e il suo mal di vivere bevendo come una spugna.
Si riduceva talmente male da non riuscire a reggersi in piedi per diversi giorni.
Non gli ho mai visto addosso un taglio, un bernocolo, una semplice escoriazione. Come se ci fosse qualcosa che lo mantenesse sempre e comunque al sicuro.
Ho osservato persone che facevano esplodere tutto il loro dolore in rabbia. Rabbia verso gli altri, verso il mondo.
Erano pronti a puntare l'indice o a sotterrare di insulti qualsiasi cosa e chiunque gli capitasse sotto tiro.
Erano talmente pieni di energia che mi sembravano più vivi di quando dicevano di essere felici.
Ho visto gruppi di "inconsolabili" consolarsi con parole e cose talmente stupide da rendere stupidi anche i loro dolori inconsolabili.
Ma forse sono tutti solamente miei punti di vista.
In fondo non ci sono metodi giusti o sbagliati.
Ci sono solo forme più o meno credibili.
Il "senso del dovere".
E' sempre stata l'unica risposta che ho trovato a certi risvegli che se no sarebbero stati vuoti e insensati.
Con "senso del dovere" non intendo grandi cose.
Non un attaccamento religioso ad un lavoro o ad un credo.
E nemmeno una morale forte da seguire ciecamente.
Piuttosto una sorta di imperativo etico che mi ha sempre obbligato a portare avanti le cose che avevo promesso o anche solo detto che avrei fatto.
Un'idiozia insomma.
Il profondo fondamento della mia etica è un'idiozia.
Ma un'idiozia dotata di una grande forza, o almeno della forza necessaria per avere la meglio su tutto il resto del mio essere.
Ed eccomi qui a cercare degli abiti puliti, qualcosa da mangiare e qualche pillola adatta per farmi dormire fino alla mattina dopo.
Acqua, cibo e "senso del dovere", la ricetta per lo zombie perfetto, in sole ventiquattro ore.
Pare che siano cinque il stati che producono la metà delle uova consumate negli Stati Uniti in un anno. Iowa, Ohio, Indiana, Pennsylvania e la California.
Sono una settantina le aziende che in questi stati si occupano della produzione di uova.
Mi chiedo se le galline abbiano un loro "senso del dovere".
Se si rendano conto di portare sulle loro penne...
Anzi per essere più precisi, se capiscano che dai loro culi, dipenda la metà del fabbisogno alimentare di uova della "gloriosa" nazione in cui risiedono.
Non lo saprò mai.


lunedì 23 agosto 2010

Sante: un metodo assai poco empirico per non pensare alla vita che non c'è.

Anche Sante, come avevano fatto in precedenza Corso e, con modalità assai meno chiare di Sergio, scompare.
Sparisce così, come se avesse pronunciato qualche strana formula magica.
In realtà è una sparizione giustificata e intervallata da e-mail a cui mi allega foto che ritraggono primi piani dei suoi sorrisi.
Di e-mail in e-mail il sorriso si fa sempre più largo e splendente.
Sembra la campagna pubblicitaria di qualche nuovo prodotto per l'igiene orale.
Sta lavorando sodo Sante. Imbianca un paio di case, ne decora altre e intanto scrive uno dei suoi libercoli, che dovrebbe riguardare il "colpo di fulmine".
Non ne conosco il titolo e credo di non volerlo sapere.
Sta mettendo da parte un po' di soldi. Progettano un viaggio insieme lui e la sua fanciulla.
Ed è un passo molto più lungo di quelli che Sante è abituato a fare in così breve tempo.
Appoggio l'euforia del suo innamoramento ma da posizioni assai più moderate.
Decido di approfittare del tempo libero e della relativa solitudine per rimettere un po' d'ordine nella mia disordinata esistenza.
I primi due giorni li passo cercando di sistemare le mie cose, cercando di dividerle dalla polvere che ci si è posata sopra.
Decido di far fuori un po' di capi d'abbigliamento ormai troppo bucati anche per figurare nell'elenco "abbigliamento da casa".
Butto via resti di vite mai vissute e mal progettate.
Separo con accuratezza ciò che è riciclabile da ciò che non lo è.
Riempio un paio di sacchi neri e senza pensarci troppo me ne libero nei cassonetti più vicini.
Passati i due giorni, guardo con soddisfazione il relativo ordine che mostrano i miei averi sopravvissuti.
C'è da dire che non è poi rimasto molto.
Sono le dieci del mattino e decido di meritarmi un caffè, una sigaretta e un'occhiata agli annunci di lavoro.
Mi sento tranquillo, lontano da qualsiasi soddisfazione reale, ma molto vicino alla sensazione di avere fatto il mio dovere.
Do un occhiata anche al mio conto bancario online.
Non navigo nell'oro, bella scoperta!
L'estate non è mai la stagione migliore per trovarsi un'occupazione. A meno che non ci sia lanciati in precedenza in qualche lavoro legato alle vacanze o ai passatempi estivi in genere.
Non l'ho fatto e comunque sono tutte occupazioni che non rientrano nel mio "campo", se mai ne ho avuto uno.
Non rimane che cercare qualcosa per la seconda parte di agosto, male che vada settembre e intanto stringere la cinghia.
Nel frattempo ho un paio di progetti che potrebbero portarmi qualcosa in un secondo tempo.
Prendo carta e penna e cerco di buttare giù delle idee, due righe presentabili.
All'ora di cena il foglio e bianco, la penna giace sconsolata a pochi centimetri dal posacenere che, al contrario del foglio, è pieno all'inverosimile.
Passano un paio di altri giorni.
Non so da dove nasce ma in qualche modo e da qualche parte arriva.
Un'inquietudine costante e cattiva.
Mi metto a far di tutto: cerco di aggiustare un interruttore, un rubinetto e un vecchio portatile spento da diversi anni.
Leggo, pulisco, cammino, lavo, ripulisco, rileggo, scrivo, faccio ginnastica, bevo litri d'acqua, corro, salto, rilavo, mi dedico a tutorial che, una volta finiti, non ricordo neanche cosa riguardassero.
Mi aggiro per casa percorrendo linee immaginarie ma sempre uguali.
Dormo poche ore a notte quando va bene o rimango direttamente sveglio per giorni.
Ogni tanto crollo.
Quando crollo faccio sempre lo stesso sogno.
Sono in una sorta di cantina, vuota, con i muri di mattoni.
Non ci sono porte o comunque non si aprono
Una voce dall'alto mi chiede urtando:
- COSA CI FAI QUI!!????-
Non ne ho la più pallida idea e so che vorrei capire molto di più come uscirne da "qui".
- COSA CI FAI QUI!!????-
Cerco di rispondere ma dalla bocca non esce niente, è nella testa che anch'io grido.
E più grido e più la testa sembra sul punto di esplodere.
Quando mi sveglio sono più stanco di quando mi ero addormentato.
Cerco di uscire e di vedere qualcuno ma mi accorgo presto che la compagnia delle persone non è di mio gradimento e viceversa.
Inizio ad intuire una sorta di distanza enorme anche rispetto agli oggetti che normalmente mi circondano.
Li tocco, li uso, li guardo.
Ma mi sembra una finzione.
Perdo sempre più contatto, risucchiato in un vortice interno che non ha origine ne direzione.
A volte passo mezz'ora guardando la rubrica del cellulare. I nomi scorrono in ordine alfabetico.
Immagino telefonate che non avverranno mai e che non avrebbe senso che avvenissero.
In un attimo di lucidità inizio a mettere insieme i pezzi.
So da dove arriva tutto questo ma non me l'aspettavo.
Mi sono distratto e mi ha colto del tutto impreparato.
E' una vecchia battaglia che non ho mai vinto.
Non ho nessuna intenzioni di alzarmi in "atto di dolore".
Mi concentro e provo a dire al mio cervello di produrre serotonina.
Filosofeggio, mi concentro, prendo le distanze, creo vuoti e cerco di rilassarmi.
A volte trattengo il fiato per tutto il tempo che i polmoni riescono a permettermi.
Leggo notizie, è il metodo migliore per incazzarsi.
Cerco di trasformare tutto in un grande incazzatura.
Scrivo commenti che non invierò mai a nessuno.
Mi chiedo come sia mai possibile che accadono certe cose.
Come sia possibile che le persone muoiano per l'avidità e l'idiozia altrui.
Mi chiedo come sia possibile permettersi di dire una cosa e poi negarla subito dopo.
Come si possa giocare con la vita delle persone.
Come sia possibile che fatti già avvenuti in epoche precedenti continuino ad avvenire nella stessa identica maniera.
Mi chiedo un sacco di cose.
Ne traggo conclusioni piene di rabbia, forse avventate, prive di soluzioni.
Ma invece di uscire di casa con una molotov in mano, rimango paralizzato nella mia inutile incazzatura.
E intanto il vortice dentro non accenna a diminuire.
Piuttosto sembra nutrirsi della mia impotenza che a tratti si avvicina alla disperazione.
In più di trent'anni di vita non ho costruito nulla e non sono nemmeno stato in grado di dimostrare la mia rabbia verso ciò che mi circonda.
Intanto alcuni oggetti che ritengo "utili" iniziano a rompersi in ordine sparso:
la macchina, la scopa, il computer, la pinzatrice, la maniglia di una porta...
Nè riparo alcuni e per altri mi rendo conto di non averne le possibilità economiche.
Finisco a pensare che io stesso faccio parte di ciò che mi crea questa rabbia e che è inutile pensare di essere "puri" o in qualche modo "contro", tantomeno "diversi" e mai e poi mai "al di sopra".
Così inizio a odiare anche me stesso.
Analizzo maniacalmente le mie azioni passate, le mie mancanze.
Quando arrivo al presente mi accorgo di aver accumulato qualche oggetto intorno a me, ma niente che meriti di essere chiamato Vita.
Ed è qui che cede l'ultima barriera.
Per qualche giorno fatico a mangiare, fatico a muovermi e fatico nel faticare cercando di fare qualcosa.
Rimango chiuso in casa.
Il solo pensiero di vedere la faccia di qualcuno mi manda nel panico più assoluto.
Una notte decido di rasarmi i capelli.
Voglio perdere anche l'immagine che ho di me stesso.
In meno di mezz'ora è fatta.
Quello che vedo allo specchio è una maschera, una maschera senza ricordi né pensieri.
La testa inizia a funzionarmi a fasi alterne.
Dopo la "tosatura" passo tre ore a guardarmi nello specchio.
Poi vengo colto da un attacco di disperazione, per nulla legato a ciò che ho fatto alla mia testa.
Dopo un paio di ore mi spengo di nuovo.
Entro in uno stato di catatonia.
Ogni tanto mi "sveglio" e mi rendo conto che sono passate ore o un paio di giorni.
Agosto ha preso il posto di luglio e non me ne sono nemmeno accorto.
Mangio poco e mi posso permettere di non uscire.
La casa è sempre molto ordinata, ma non tanto per merito delle mie cure quanto per la mia immobilità.
Non si può dire la stessa cosa del mio aspetto.
Mi ripeto di non aver niente da perdere, ma non mi è molto di aiuto.
Non ho niente da perdere ma nessun "gioco" in cui poter mettere in pratica.
Un western in cui rimangono solo i deserti, un tizio che non è un cowboy o un indiano, né un bandito messicano o un ranger del texas, nè un cavalleggero o un colono.
Non ci sono colt con cui sparare o terre vergini da conquistare o da difendere.
Rimane solo l'idea dell'immensità e la solitudine che ne consegue.
Una mattina sento scattare la serratura della porta.
Io me ne sto seduto per terra, schiena al muro
Sante ha una copia della chiave.
Entra di volata e in un primo momento sembra non vedermi.
Lo sento parlare ma non ho la più pallida idea di ciò che dica.
Finalmente mi guarda.
- Bello il taglio nuovo! Ti dona... O forse no. No assolutamente, fai schifo e se posso dirlo puzzi anche un po'. Da quanto tempo non ti dai una lavata?
E poi hai una faccia! Dai buttati sotto la doccia che poi devo parlarti.
C'è un casino... E' successo... Cazzo ne so...
Non so più cosa fare e ho bisogno di una mano! -
Mi giro una sigaretta e me l'accendo.
Non ho alcuna intenzione di muovermi.
- E allora?!! Ti vuoi dare una mossa? Ma che cazzo hai? Sei impazzito? Mi senti?
Mi riconosci? Ci sei? -
Guardo fisso verso i miei piedi.
- Fa come vuoi! Apro la finestra così non devo sentire questo fetore e poi ti racconto... -
Mentre apre tutte le finestre io continuo a fumare.
Forse dovrei farmi una doccia.
Sicuramente non riuscirei a lavare via dalla mente l'idea di una Vita che non c'è.
- Allora! E' successo così da un giorno all'altro...-
Questo tabacco deve averlo aperto almeno due settimane fa.
E' molto secco e quando tiro sento che della polvere di tabacco mi entra direttamente in gola.
- ... e ti dico non può averlo fatto di sua spontanea volontà! Ne sono certo! Avremmo dovuto....-
Credo di aver fumato poco.
In caso contrario mi sarebbe finito in un paio di giorni.
Forse sono stato in preda a crisi d'astinenza da nicotina.
- Ma porca troia! Tu non mi stai nemmeno a sentire!!! -
Sante si avvicina, mi prende per la maglia e mi mette in piedi contro il muro.
Urla qualcosa e poi mi rifila due ceffoni, uno a sinistra e l'altro a destra.
Sento la faccia calda, come se l'avessi rivolta verso il sole.
Non è il dolore a venir fuori, ma il calore.
Tengo gli occhi chiusi. Sante mi tiene contro il muro con una mano.
Con l'altra mi da un'altra serie di sberle ben assestate.
Sento il sapore del sangue in bocca.
Poi mi lascia e io scivolo lungo la parete tornando nella posizione iniziale.
Sto così per un po'. Poi apro gli occhi.
- Guarda che cazzo mi fai fare! Ho bisogno di te! Mi devi aiutare! ... -
- Torna domani...- gli dico.
Lui continua a insultarmi e a gridare un po' di tutto.
Si sente chiaramente in colpa per quello che ha appena fatto.
- Torna domani...- ripeto.
Sembra calmarsi. Poi si gira e se ne va sbattendo la porta.
Con il fuoco e con l'acqua, un metodo assai poco empirico per non pensare alla Vita che non c'è.




giovedì 12 agosto 2010

Sante: fidarsi di un'idiota a luglio.

Sante continua a parlare.
Mi racconta per l'undicesima volta il momento in cui l'ha vista.
Che non è stata la prima volta in cui la vedeva.
L'aveva incrociata in precedenza.
Amica di un'amica di amici ad una festa di conoscenti.
Ma gli era mancato il contatto vocale.
Rivolgerle la parola, guardala dritta negli occhi.
Quello pare essere stato il momento in cui è scattata la scintilla del suo interesse.
Hanno parlato per ore di un po' di tutto.
Lei non sembrava nè infastidita ma nemmeno colpita più di tanto dalla parlantina di Sante.
- Ho subito pensato fosse una ragazza intelligente! Ma non una di quelle che lo sono perchè han mandato a memoria un tot di nozioni. Ci sono una perspicacia, ma anche una semplicità ed una naturalezza nel suo modo di fare... Se non sei un'idiota non puoi che rimanerne conquistato.-
Sante si ferma all'improvviso, si volta verso di me e mi punta in faccia l'indice della mano destra.
- Ora che ci penso... Tu non sei un'idiota! Non è che poi...???!!! Forse ho fatto male a portarti con me...-
Sante è vestito come un archeologo, o come un avventuriero coloniale di inizio '900.
Indossa pantaloni e camicia di lino, dello stesso color sabbia e un paio di sandali di un marrone scuro. Faccia da marinaio bretone, capelli e pizzo di un biondo molto scuro.
Se avesse un foulard al collo e qualche altro amenicolo potrebbe anche sembrare la comparsa di un film in costume.
Questa è una delle sue normali tenute estive.
D'inverno si porta più sullo stile dandy.
Lo guardo negli occhi.
Che io non sia un'idiota è un fatto ancora tutto da dimostrare per quel che mi riguarda.
Se Sante sapesse che vado in giro con una chiave inglese nella borsa da settimane e che non riesco a farne a meno, forse non si porrebbe nessun problema di questo tipo.
- Ma no! Tu sei un tipo come si deve. Corso me l'ha ripetuto alla nausea. Andiamo!-
E riinizia a trascinarmi per le vie assolate di un fine luglio qualsiasi.
Mi sembra la stagione adatta per fidarsi di un'idiota.
Ed è una considerazione che potrebbe valere sia per lui che per me.
Finalmente arriviamo alla piazza.
Io sono sudato marcio e necessito di acqua.
Sante si piazza su una panchina e io vado in un bar a recuperare una bottiglietta.
Ne approfitto anche per chiedere un caffè.
Il barista mi chiede:
- Siete attori? Stanno girando un altro film? Hanno già scelto questa nostra piccola piazza per altri due film! Ma di solito ci facevano spostare le automobili. Ditemi se c'è bisogno, mi raccomando! Noi siam sempre a disposizione per queste cose!... Shovv mast go homme!-
E'un uomo sui cinquant'anni, basso e con pochi capelli. E' chiaramente fiero del suo bar e della piccola piazza su cui si affaccia. Non me la sento di deluderlo.
- Guardi, per ora stiamo solo facendo un sopraluogo. Ed effettivamente questo piazza ci ha colpito... Ma prima di settembre non faremo riprese. Terremo sicuramente conto della sua disponibilità...-
- Ah! Non mi sfuggono mai queste cose! E quel tizio vestito di chiaro la fuori deve essere il regista... Mi scusi eh, ma io conosco più gli attori, sa... E chi sarebbe? Quali altri film ha fatto? Così, per sapere eh...-
Mi affido alla memoria e scelgo il nome di un regista poco conosciuto e di cui ricordo anche un paio di titoli.
- Devo assolutamente vederli! Se venisse qui a prendere un caffè mi eviterei una figuraccia! Ma non la trattengo eh! Shovv mast go homme!-
E se la ride beato.
Lo ringrazio e faccio per pagare.
Lui invece mi da un'altra bottiglietta d'acqua e rifiuta i soldi.
- Ma si figuri! Quando tornerete potreste venire a mangiare qui! A pranzo facciamo un po' di cosine, le preparano mia moglie e mia figlia. Tutta roba nostra eh! Sarà un onore!-
Non mi faccio prendere dall'imbarazzo.
Ormai è andata. Magari verremo con Sante a mangiare fra qualche settimana.
Potrei inventarmi che il film è saltato. Sicuramente pagherò il conto.
Lo saluto ed esco.
Quando sto per raggiungere la panchina vedo Sante alzarsi di colpo in piedi e dirigersi verso sinistra.
Da dove sono io la via che sbuca nella piazza in quella direzione è completamente controluce. Cerco di ripararmi con una mano gli occhi per vedere qualcosa.
Vedo che si avvicina qualcuno. E' sicuramente una donna che fa footing ma non riesco a vederla in faccia.
Un minimo di curiosità mi è venuta ma non credo sarebbe una buona idea avvicinarmi, così scelgo di sedermi su una panchina più vicina ed aspettare che Sante abbia finito.
Apro la bottiglia e me ne bevo metà in un sorso, ne avevo proprio bisogno.
Istintivamente metto la mano nella borsa e tiro fuori il tabacco.
Inizio a girarmi una sigaretta guardando il pavè della piazza vicino ai miei piedi.
Magari Sante non approverà il fatto che non stia cercando di guardare la sua fanciulla nè che io non osservi le sue movenze o senta come è cambiata la sua voce.
Sinceramente ora sono sicuro di essere venuto perchè erano cinque giorni che me ne stavo chiuso in casa, leggendo e guardando film.
Avevo bisogno d'aria, di parlare con qualcuno, di fare due passi. Tutto qui.
Sono esigenze semplici di cui molto semplicemente a volte mi scordo.
Continuo a guardare il pavè vicino alla punta delle mie scarpe.
Ho la luce del sole che mi batte in faccia. Sta andando verso le montagne ma non è ancora il tramonto.
Ad un certo punto la luce se ne va.
Alzo lo sguardo e vedo che davanti a me c'è un tizio che mi fa ombra.
E' alto e piuttosto robusto. A dirla tutta è veramente grosso.
Per un attimo ho l'impressione che guardi in direzione di Sante e della ragazza.
Ma non ho una buona visuale ed essendo di spalle non lo posso dire con certezza.
Dopo pochi minuti gli si affianca un altro tizio.
Molto più basso e meno erculeo.
Indossa una camicia bianca e un paio di pantaloni che sembrano essere stati appena stirati Ha l'aria dell'impiegato o dell'agente immobiliare.
Prende il tizio grosso per un braccio e lo invita a camminare.
I raggi del sole mi colpiscono in faccia e torno a guardar per terra.
Passano altri dieci minuti in cui finisco ambedue le bottigliette d'acqua.
Ho una sete "atavica".
Vedo Sante che si dirige verso di me, la ragazza è sparita.
Sante ha una faccia raggiante.
- Hai visto? Hai sentito? ... Ne valeva o no la pena? Quel viso! Che mi colpisca un fulmine se ho mai visto qualcosa di più bello! Ma finchè non ti avvicinerai e non le parlerai non ti potrai rendere conto... No! La prossima volta te la presento! E'NECESSARIO!...-
Un fiume di parole mi travolge.
Mi appoggio allo schienale della panchina e presto tutta l'attenzione che ho a disposizione al momento, poca.
Ma lui non se ne accorge e continua a tesser lodi, a descrivere ogni minimo particolare.
La goccia di sudore che le scendeva dalla tempia sinistra quando l'ha visto e si è fermata ecc...
Tanto per far qualcosa guardo una macchina che passa sulla sinistra.
E' una vecchia citroem,una diane rossa.
Non ne vedevo una da quando facevo le elementari.
Passata la macchina vedo il tizio basso di prima.
E'appoggiato ad un lampione della piazza e sta parlando al cellulare.
Mi sembra chiaro che guardi verso di noi.
Oppure è solo un caso, come spesso capita quando uno parla al telefono all'aperto e guarda in una direzione senza motivo pensando a ciò che sta dicendo o ad altro.
Stamattina ho letto che il governo Messicano ha dato vita ad un programma chiamato "Todos Somos Juárez". Si tratta di recuperare il "tessuto sociale" di Ciudad Juárez, una città nel nord, nello stato di Chihuahua.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di violenza legati soprattutto al narcotraffico. Le prime misure erano state di tipo repressivo. Erano stati mandati soldati e poliziotti per ristabilire l'ordine. Ma questo tipo di approccio è fallito.
Negli anni '90 Ciudad Juárez aveva aumentato di molto il numero dei suoi abitanti, grazie ad un accordo tra Stati Uniti e Messico, gli industriali americani andavano lì a cercare manodopera per le loro fabbriche. Così la città si è ingrandita, ma senza costruire servizi adeguati all'aumento della popolazione. E nemmeno il lavoro offerto dagli yankee è risultato un affare sicuro e continuativo.
Così si sono create grandi aree popolate da emarginati e poveri.
Terreni fertili per i "cartelli" della droga che in questa parte del Messico ne gestiscono il traffico verso gli Stati Uniti.
Pare che adesso il governo abbia stanziato un bel po' di migliaia di dollari da investire in scuole, attività per i giovani, cultura e aiuti economici alla popolazione. Mai troppo tardi?
Ciudad Juárez è divisa dalla città americana di El Paso, dal Rio Grande e da un muro di cemento e poco più.
Io ricordavo la prima come una città in cui combatterono dalla stessa parte Pancho Villa e uno dei figli di Garibaldi, Giuseppe, la seconda come città "mito" dell'epopea western.
Si spara allora e si spara adesso.
Sante pare aver finito ma il suo volto non accenna a "spegnersi".
Potrebbe assomigliare al figlio di Garibaldi?
Il fatto che io non sia un'idiota... è tutto da dimostrare.

mercoledì 4 agosto 2010

Sante: la terza via.

- Mi pare chiaro amico mio! E' lo scontro tra Tempo e Denaro...
Ci hai mai pensato? Quelli che hanno coniato la frase "il tempo è denaro"
ce l'avevano ben chiaro in testa.
Se vuoi fare soldi hai meno tempo a disposizione per altro.
E' anche la base di tutte quelle storie sui matrimoni che falliscono tra ricconi. Lui in carriera e lei se la fa con il giardiniere e varie amenità di questo tipo.
In qualsiasi telefilm che si rispetti c'è almeno una puntata, minimo una puntata, che si basa su questo clichè.-
Sante me la spiega così la sua nuova infatuazione.
L'ha incontrata ad un reading di qualche suo conoscente.
Ci era andato senza troppa convinzione
A Sante non piacciono i reading, i brunch, gli apericena, le cene di gala, gli happening, i ricevimenti, le premiere .
Per inciso, Sante è il cugino di Corso.
Viene da un'altra città e si definisce uno "scrivente".
Dice che gli scrittori sono quelli che si guadagnano da vivere scrivendo,
lui invece scrive, a volte pubblica qualcosa, vende poco e campa facendo l'imbianchino e il decoratore.
In molti nell'ambiente letterario pensano faccia il pittore.
A lui diverte molto questo equivoco e non sa minimamente come si possa essere creato.
Sante scrive noir, racconti in cui i poliziotti son sempre stronzi quanto i malviventi ed in cui sono i sospettati a trovare il bandolo della matassa, quando lo trovano.
In caso contrario finiscono dentro a maledire l'ignoranza degli sbirri.
Ma le sue opere che vendono di più sono piccole guide su come gestire i problemi sentimentali.
Ha pubblicato titoli come Tradimento o fantasia?, 5 passi fuori dalla gelosia, Confesso la mia perversione, La noia in due,Un posto in cui vivere, L'Amore non necessario ecc...
Confesso di non aver mai avuto il coraggio di aprirne uno.
Corso mi ha spiegato che Sante è solito prendere appunti su tutti i "drammi" sentimentali che gli accadono intorno. Ne studia la nascita, lo sviluppo, le diverse soluzioni.
Gli atteggiamenti di coloro che sono coinvolti, degli amici e dei parenti.
Pare che abbia migliaia di pagine di appunti.
Quando decide un tema particolare da trattare li tira fuori, analizza le varianti, giunge a delle conclusioni plausibili e poi tira giù un centinaio di pagine.
Una piccola casa editrice specializzata in romanzi rosa glieli pubblica.
Questi piccoli manuali hanno una vendita moderata ma continua.
Sante dice che gli esseri umani non smetteranno mai di fare tre cose:
mangiare, innamorarsi e morire.
Non essendo un gran cuoco e non sentendosi adatto per il ruolo del becchino, ha deciso di sfruttare la terza via.
Lontano dall'essere un freddo sociologo, Sante si mette in gioco per primo, andandosi a cercare storie sentimentali difficili e complicate fin dal loro nascere.
Difficilmente lo si sente parlare di "amore", parola troppo abusata secondo lui.
Lui dice di "essersi infatuato", di aver sfiorato l'anima di qualcuno ed esserne rimasto attratto, di aver trovato degli occhi, delle mani, un corpo, delle espressioni rare.
Tutte storie senza speranza, in cui Sante si immerge con fretta, godendo dei momenti in cui lui vive le emozioni più forti, quelli dell'insicurezza, dell'approccio, della conoscenza e del corteggiamento.
Si lancia in assalti o in assedi sempre molto "naturali" ma anche misurati.
Avido di conoscere l'oggetto del suo desiderio ma facendo di tutto per non renderlo "oggetto" appunto.
- Scavo in queste persone, con una foga che di solito mi è sconosciuta.
Sono questi i momenti in cui mi sento vivo...-
Sante dice di collezionare momenti, i "per sempre" e le conquiste definitive sono concetti che gli sono del tutto alieni.
- Non è necessario, per quanto possa essere piacevole, possedere una persona carnalmente... -
Pare l'abbia scritto anche in uno dei suoi manuali.
A molti conoscenti sembra un farfallone, uno che salta da un fiore all'altro alla ricerca di non si sa cosa.
Corso sostiene una tesi diversa.
Qualsiasi cosa Sante faccia, ne porta e riporta le conseguenze su se stesso.
Come se ogni esperienza, ogni azione o pensiero gli lasciassero un segno, più o meno visibile, addosso.
In questo momento mi sta trascinando lungo le vie del centro.
Siamo diretti verso una piazza dove, ogni giorno alle 18.30, la sua nuova fiamma passa mentre fa footing.
- Ascolta Sante... A me non è che vada molto a genio fare la figura del guardone! Cioè, tu saresti il corteggiatore e io? Che cavolo di parte mi hai affibbiato?-
- Tu sarai il mio testimone! E' chiaro! Hai la faccia giusta e so che posso fidarmi di te.-
- Mah! Guarda che forse ti sbagli. Io non mi sento a mio agio...-
- Non devi sentirti a tuo agio! Devi sentirti in ansia! Respira l'adrenalina che sto producendo! -
Lo seguo come i mie dubbi seguono me, con la costanza dell'insicurezza.
O più semplicemente perchè non ho di meglio da fare.
Forse l'unico reale elemento che mi renda la persona adatta per essere qui in questo momento.
Lui intanto continua a parlare.
Dice che non può descrivermela finchè non l'avrò vista.
Vuole che respiri il momento, che sarà molto meglio di uno stupido film.
- Guardi troppi film! Ora ti darò un assaggio di emozioni forti e reali! Ti basterà osservare i miei movimenti, ascoltare quale tono prenderà la mia vice, cercare di percepire i battiti del mio cuore in accelerazione...
Ti farà bene! Ne sono certo!-
Ricordo altri due frasi che Sante ha scritto nei suoi libri e che ho sentito ripetere a Corso.
"Nei primi tre mesi di conoscenza sarebbe consigliabile non mandare a memoria alcuni dati riguardanti il vostro partner. Il numero di telefono, la targa dell'automobile (o di qualsiasi altro mezzo di trasporto in suo possesso), il codice fiscale e i nomi dei famigliari più stretti."
"Non c'è atto "d'amore" più alto che lasciare andare il proprio partner. La libertà è e rimarrà sempre il regalo più bello."
C'è un ragazzino di 8 anni che vive a Nortfolk in Inghilterra.
Ha iniziato a dipingere a 5 anni.
Molti lo definiscono un "mini Monet".
Lui però preferisce paragonarsi a Turner.
Credo che non vorrei mai conoscere un moccioso che dipinge e preferisce paragonarsi a Turner.
Ho la solita borsa a tracolla.
Non riesco a liberarmene.
All'interno ho una agenda, del tabacco, una penna, una macchina fotografica, un block notes e una chiave inglese. Tutto il resto è superfluo ricordarselo.
Ognuno porta con se dei ricordi di cui non si può liberare, che si paragoni a Turner, a Monet o ad una vecchia capra.

mercoledì 14 luglio 2010

Prima di partire saluta la pecora...

Ho scoperto cosa ha fatto Corso prima di partire...
In fondo mi sbagliavo, aveva intenzione di andarsene e forse anche di disfarsi della casa e forse anche di tutte quelle cose che qualcuno ha avuto la "gentilezza" di portargli via.
Ho aperto per caso la sua copia di Todo Modo di Sciascia.
Ho trovato un foglio scritto a mano, con una calligrafia storta e a tratti difficile da decifrare.
" Un po' di tempo fa, camminavo con una persona, lunga una strada alberata. Si parlava del più e del meno, come si è soliti fare quando prima o poi bisogna affrontare un argomento serio ma prima bisogna girarci un po' intorno...
- Solo i boschi mi fanno sentire libera, ci sono volte che gli alberi sono stati come dei curanderos per me...-
Io ho solo una lontana idea di cosa sia un "curanderos", per cui ho ascoltato senza interrompere.
- Vorrei vivere in un bosco, so che tornare lì sarebbe sempre una rinascita per me...-
Non ho idea di cosa sia una rinascita, ho solo una vaga idea di cosa possa essere rialzarsi in piedi a fatica, per cui non ho detto niente.
Poco tempo dopo ho incontrato un'altra persona e mi sono messo a passeggiare di nuovo per una strada alberata. Faceva più freddo e non era estate.
- Vorrei vivere in un posto dov'è sempre estate...-
Io avrei terrore di un posto dove fosse sempre estate, ma non ho detto niente.
- Mi sveglierei alla mattina sempre con un grande sorriso, mi butterei in acqua e non ci uscirei prima dell'ora di pranzo.-
Ho capito che stava parlando di un posto di mare e so che non mi piacerebbe vivere in un posto del genere. Non in quanto vicino al mare, ma in quanto vicino all'idea di Mare che si fanno tutti coloro che non ci abitano vicino.
Sono passati mesi e camminavo lungo una strada alberata.
Ho incrociato un conoscente che mi ha chiesto:
- Dove vorresti essere in questo momento?-
Ci ho pensato su un po'. L'idea del bosco non mi dispiaceva anche se avevo poca cognizione rispetto all'idea di rinascita. L'idea del posto di mare ideale mi faceva inorridire, ma ci avrei fatto una gran figura.
Sono stato zitto un po' mentre lui mi osservava.
- Vorrei essere in tanti posti, ma anche qui dove sono può andar bene. Quello che vorrei di più e potermi sporcare ogni giorno con la realtà... -
- Cioè ? Lavoro, lavoro, lavoro? O feste, gente, aperitivi? Cosa intendi? Non capisco-
- Sporcarmi con la realta! La realtà è sporca e se ci passi in mezzo senza far finta di niente e senza tentare di uscirne pulito, ti ci sporchi. Non tanto perchè chi fa finta di niente nè esca pulito e profumato, ma perchè se lo fai con un minimo di coscienza, lo sporco che ti resta addosso te lo porti avanti per tutta la vita.-
- Vuoi fare il barbone?-
Ed è scoppiato a ridere.
Non l'ho seguito nella risata subito. La mia non era una battuta.
Poi gli ho detto:
- Sai che c'è? Ovunque tu voglia andare ed ovunque tu riesca ad andare, prima di partire... Ascolta me... Saluta la pecora!-
Ieri, dopo aver fatto i bagagli, mi son ricordato di quello che avevo detto. Sono andato, mi son buttato nella rete e nel pieno della notte ho salutato la pecora... e anche il somaro.

Corso voleva partire e non avrebbe potuto farlo senza salutare certi momenti.
Ho tolto il foglio dal libro, poi ho preso un gesso ed un lavagnetta. Ho appeso la lavagnetta vicino alla porta di casa. Ora prima di uscire, leggo sempre una frase:
saluta la pecora!


domenica 4 luglio 2010

Ho costruito, solo, uccelli di carta senza temere l'acqua o il fuoco... (5)

"Si è svegliato…" dice lei.
Ma io non so dove sono, cosa sia successo e chi sia questa tizia che mi guarda con aria poco partecipe.
Non trovo connessioni tra quello che mi ricordo e quello che vedo.
Lo stesso atto di ricordare risulta uno sforzo maggiore di quello di muovere gambe e braccia.
Mi chiedono di muovermi ma con cautela, arriva un tizio e mi piazza una luce negli occhi e mi dice di fissarla e seguirla mentre la muove lentamente. L'atmosfera è quella di una serie tv sui medici o gli ospedali, di quelle di cui mia madre non si perde una puntata.
Capisco quello che mi viene detto e seguo le istruzioni ma senza troppo convinzione.
Dopo una mezz'ora mi lasciano solo ed è allora che mi accorgo che ci sono altri due letti nella stanza.
Uno vuoto e l'altro occupato da un'anziano signore con un pigiama di un colore indefinibile che sembra dormire profondamente.
Mi alzo dal letto e raggiungo il bagno.
Le gambe e l'equilibrio in generale non sono al massimo, ma non m'impediscono di muovermi.
Quando entro mi appoggio al lavandino e mi guardo nello specchio: ho avuto facce peggiori ma mai una così evidenti fasciatura intorno al capo.
Ritorno a letto e mi metto a dormire.
Non so che ore siano ne tanto meno per quante ore rimango nel mondo dei sogni.
Mi sveglia la stessa tizia e mi dice che devo parlare con i carabinieri.
Altro salto in qualche serie tv di pessimo gusto?
Una vicina ha trovato la porta aperta. Non facendosi i cazzi suoi, per mia fortuna, è entrata e mi ha trovato privo di sensi sul pavimento del bagno.
Mi ha riconosciuto come un amico degli inquilini che abitavano nell'appartamento.
Si è spaventata ed è corsa a chiamare i carabinieri.
I due personaggi in divisa sembrano usciti da un telefilm o da una barzelletta.
Uno è alto e magro, anche troppo magro. L'altro ha un fisico palestrato, tanto che i muscoli sembrano volersi ribellare ed uscire dalla divisa.
Tutti e due anno i capelli neri tagliati corti e portano i baffi.
Mi fanno delle domande a cui io decido subito di non rispondere.
Il lato positivo di aver buona parte della testa coperta da bende è quello di poter fingere facilmente un'amnesia.
Devo ammettere che non ho ben chiaro cosa sia successo, ma qualche idea in proposito me la sono fatta.
I tizzi che avevano svuotato la casa sono arrivati quando io meno me lo aspettavo e mi hanno messo k.o.
Ho un'idea che mi infastidisce più di ogni altra: che lo abbiano fatto con la "mia" chiave inglese.
Rispondo in modo confuso alle loro domande e fingo di avere un'emicrania maggiore di quella che mi attanaglia realmente da quando ho riaperto gli occhi.
I due mi guardano un po' sospettosi, ma dopo poco scopro che hanno parlato al telefono con Corso.
Un vero genio nell'improvvisare storie con gli sbirri.
Io ero lì per svuotare la casa in vista di un suo prossimo trasloco.
Ero a casa sua per prendere le ultime cose: vestiti, libri e poco altro
Da qualche settimana lui era all'estero per lavoro ed aveva deciso di rimanerci evitando di dover fare su e giù dall'Italia per un anno.
Probabilmente qualche disperato voleva approfittare della situazione per portarsi via qualcosa.
Non doveva essere qualcuno del mestiere perché si era introdotto in casa o mentre ero lì o poco prima.
Così, preso dal panico, mi aveva aggredito e poi era scappato.
In tutti i casi, da quello che gli sembrava, non doveva aver portato via niente o comunque nulla di importante.
L'unica cosa importante era che io stessi bene.
Era molto dispiaciuto di non poter tornare per assicurarsi del mio stato di salute, ma il lavoro lo obbligava a rimanere dov'era.
Aveva insistito perché appena mi fossi svegliato mi permettessero in qualche modo di contattarlo.
La storia era parsa plausibile ma i due "tutori" avevano deciso di fare un po' come gli investigatori dei film e scoprire se mi ricordavo qualcosa in modo da poter acchiappare il colpevole.
Non ho la minima idea di chi abbia attentanti all'integrità del mio cranio e forse, anche se lo sapessi, non lo direi a questi due.
O almeno non subito.
I due mi salutano e mi invitano a chiamarli se mi venisse in mente qualcosa.
Di nuovo calato in un telefilm, inizio a scocciarmi di tutto questo.
C'è uno scienziato che lavora al Pentagono che sta portando avanti degli esperimenti per salvare i pazienti colpiti da "traumi" e per aumentare il tempo di conservazione di organi da trapiantare. L'idea è in un certo senso semplice.
Si tratta di soffocarli e poi metterli nel ghiaccio. La chiamano "animazione sospesa".
Pare che in questo modo, sia riuscito a salvare ratti che avevano perso enormi quantità di sangue.
La sua idea si basa sullo studio della fase di letargo di alcuni animali. Il letargo si basa sul freddo e sul minimo utilizzo di ossigeno.
Il soffocamento dovrebbe avvenire tramite la somministrazione di solfuro d'idrogeno.
Per rianimare i pazienti, dopo averli curati, basterebbe riscaldarli e ossigenarli.
Per fortuna non sono finito nelle mani del Pentagono. Attualmente non ho alcuna fiducia nel solfuro d'idrogeno nè alcuna intenzione di venire congelato.
Improvvisamente sono colto da un forte appetito e per fortuna da lì a pochi minuti scocca l'ora della cena.
Dopo aver mangiato mi faccio indicare un telefono. Cè n'è ancora uno di quelli vecchi, che vanno con le schede.
Con questo chiamo Corso.
Una telefonata di "convenevoli".
Non ci diciamo nulla di più del necessario. Lui conferma anche il fatto di voler rimanere all'estero per qualche mese.
Non ho la minima idea se questa sia una decisione presa prima della mia aggressione o un suo modo per rendere più credibile il racconto.
Sinceramente non ne vedo il motivo, non credo che la mia testa rientri così tanto nell'interesse delle forze dell'ordine.
Ma conoscendo Corso, non cerco nemmeno di far passare il messaggio sotto "metafora". Ha preso una decisione e quella rimarrà.
MI dimettono dopo quattro giorni. Io ripasso a casa sua.
Non mi fermo in bagno, ci passo davanti senza nemmeno girarmi.
Ho ancora la testa fasciata e sono sicuro che non mi ricorderei nulla di più di quello che ricordo.
Perché sono sicuro di non aver visto niente.
Mi sono portato dietro degli scatoloni in cui metto i libri di Corso.
Per un po' staranno a casa mia.
Una cosa mi rincuora, la chiave inglese giace dove mi ricordavo di averla lasciata.
Non mi ha tradito e la porto via con i libri.


lunedì 28 giugno 2010

Ho costruito, solo, uccelli di carta senza temere l'acqua o il fuoco... (4)

In edicola vendono dei giornali per chi è senza un lavoro. Giornali "dedicati"...
A prima vista potrebbero sembrare quotidiani o giornali sportivi. Utilizzano la stessa tipologia di carta, gli stessi caratteri.
E invece sono totalmente dedicati agli annunci di lavoro… L'ultima volta che mi è capitato di vederne uno appeso fuori da un'edicola ricordo che, in prima pagina, a caratteri rossi, troneggiava il titolo "500 addetti Coca Cola" e più in basso, con un carattere leggermente più piccolo, "300 addetti vendite"… Forse avrei dovuto acquistare quel giornale, leggerlo con attenzione e capire che nessuno era alla ricerca di eroi improvvisati o di investigatori più dilettanti che privati.
Riapro gli occhi e sono a terra. Con il sinistro vedo distintamente la superficie irregolare della piastrella biancastra. Il destro non riesco ad aprirlo completamente perché è schiacciato contro l'asciugamano che prima tenevo arrotolato in testa.
Scorrono minuti prima che mi ricordi dove sono e mi venga il minimo istinto di provare a recuperare la posizione eretta.
Provo a muovermi e sento un dolore che parte dalla nuca e si va perdere da qualche parte verso il coccige.
Sembra chiaro che qualcuno abbia deciso di mettermi k.o. tramite la classica botta in testa. E deve anche essere stato decisamente veloce, visto che non mi sono nemmeno accorto che qualcuno mi si fosse avvicinato alle spalle. O forse non me ne ricordo.
Colpa di quei cazzo di film e telefilm. Tu vuoi levarti dalle scatole qualcuno per un po' di tempo e gli pianti una randellata in testa. Così non l'ammazzi ma lo metti fuori gioco per il tempo sufficiente a far quel che devi fare. Qualche tempo fa mi sono documentato sui traumi cranici.
Non è poi così scontato che una botta in testa ti metta solo fuori combattimento per un po'. Forse sarebbe necessaria una campagna informativa a proposito. I traumi cranici o gravi possono causare complicanze di diverso tipo, invalidità permanenti ecc…
E non stiamo parlando di una ristretta percentuale di possibilità…
Per cui credo sia un gesto leggermente vigliacco e superficiale. Stordiscimi e poi finiscimi, lasciarmi svenuto per terra non è un modo sicuro per lavarsi la coscienza e pensare di non aver fatto troppo male, di non aver ucciso nessuno.
Mi ricordo che tra le complicanze più comuni di un trauma cranico ci sono i disturbi del sonno, io ne avrei già a sufficienza così.
E' innegabile che io sia attualmente vivo e anche relativamente in grado di pensare. Se non tengo conto di questo dolore pulsante che cresce partendo dalla nuca e disperdendosi quasi casualmente per il resto del corpo, non mi sembra di avere altro di cui preoccuparmi.
Decido di provare a muovere un arto alla volta, partendo dalle mani. Arti inferiori e superiori paiono rispondere.
Decido di provare lentamente ad alzarmi. Atto che risulta decisamente più complicato del solito.
La testa oltre a fare un male cane è preda di movimenti ondulatori, mi gira con una discreta violenza.
Ritorno alla posizione iniziale.
Buio.
C'è un tizio dietro ad una scrivania.
Ha l'aria del docente universitario, è decisamente calvo e i pochi capelli che ancora si vedono nella parte laterale della testa sono rossicci.
Ha un'aria simpatica, accondiscendente.
Dietro ad una scrivania più piccola, sulla sinistra, sta seduta una donna.
Avrà una quarantina d'anni, i capelli neri tagliati a caschetto, gli occhi verdi e un naso interessante.
Porta gli occhiali ed ha una camicetta azzurro chiaro. Sta davanti ad un terminale e digita su una tastiera.
Sulla sinistra della scrivania più grande c'è un monitor.
Mostra un'immagine che in un primo momento mi pare confusa. Poi, guardando meglio, mi accorgo che si tratta dell'interno del corpo di un essere umano. Facendo mente locale riesco a ricordare alcuni organi, memorie di qualche immagine vista su un libro in rete.
Il tizio inizia a farmi delle domande. Prende dalla scrivania tre volumi, riesco a leggere il nome Antonioni sulla copertina.
Evidentemente si parla delle mie nozioni di cinema.
Inizio a parlare senza aver capito perfettamente la domanda. So con certezza di star confondendo film e temi. Penso ad Antonioni ma dalla mia bocca escono nozioni su Ferreri.
La tizia non mi guarda ma continua a digitare sulla tastiera.
Improvvisamente sento un dolore provenire dal mio corpo e istintivamente guardo lo schermo.
C'è una pallina o comunque qualcosa di circolare all'interno del mio pancreas, o almeno credo sia il mio pancreas, che si sta ingrandendo, che lo sta portanti al collasso.
Il dolore si fa più forte ma so che devo rispondere, che da quello dipende il dolore e l'ingrandirsi della pallina.
Forse riesco a biascicare qualcosa di corretto e il dolore diminuisce.
L'espressione della tizia sulla sinistra non è cambiata minimamente, mentre quella del docente davanti a me sembra invitarmi a procede, sembra volermi incitare a far il meglio possibile.
Cerco di dire tutto quello che mi ricordo sul cinema italiano degli anni '70. Tiro fuori Todo Modo di Elio Petri e mi gioco tutto su quanto mi ricordo del film. Il docente pare soddisfatto, annuisce con la testa e m'invita ad alzarmi. Mi volto e vedo che dietro di me c'è una vasca piena d'acqua. Non ho il tempo di dire ne fare niente. I due mi si avvicinano alle spalle, mi prendono per le spalle e mi buttano la testa sott'acqua.
Non ho nemmeno il tempo di prendere fiato, per cui immediatamente sento l'acqua riempirmi i polmoni.
Mi esce un urlo che nella testa mi sembra molto forte e spalanco gli occhi.
C'è una luce, un soffitto bianco e intorno delle pareti ugualmente bianche ma leggermente sporche.
Sento una voce.
- Si è svegliato…-


mercoledì 16 giugno 2010

Intermezzo 1

- E' inutile...Non funziona.-
Ma quello si accanisce con uno strumento ancora troppo grande per una vite così piccola.
- Prima usi qualcosa di troppo grande per stordire uno con una testa di quelle dimensioni, poi pretendi di utilizzare un cacciavite a taglio troppo grande per una vite piccola e con la testa a croce... sei fastidioso ed impreciso.-
Torno in bagno e vedo quel corpo per terra.
Ha ancora qualche goccia d'acqua sparsa sul corpo.
Di sangue alla fin fine non ne è uscito poi così tanto.
Ha creato una piccola pozza vicino alla testa. Non credo ci sia da preoccuparsi.
Chi non ha mai preso una bella testata su uno spigolo?
Un taglio, a volte anche bello profondo, un gran malditesta per qualche giorno.
Poi si torna più belli e scattanti di prima.
D'altronde questo testa di cazzo poteva farsi gli affari suoi.
Torno nell'altra stanza e quell'idiota è ancora lì che prova a svitare quella dannata vite.
Ultimamente la mia pazienza è diminuita. Non è mai stata eccessiva, ma da quando ho qualcosa di importante a cui pensare, qualsiasi cosa mi distragga mi rende nervoso. Velocemente e irreversibilmente nervoso. Finchè non riesco a riportare la mia testa e i miei gesti ad azioni che riguardino la mia nuova vita.
Provata una volta non l'abbandoni più...
Perchè dovrei?
Il calore, la chiarezza, i confini, le concessioni, i diritti e i doveri...
Tutto quello di cui ti privi ha una spiegazione logica. Fai a meno di questo ma hai in cambio quello. Patti chiari e nessun dubbio.
Prudenza. Sempre molta prudenza. Tenere un angolo della testa per i pensieri che non vanno bene. Non portare mai alle estreme conseguenze i malumori.
Fare in modo di non arrivare mai a situazioni che comporterebbero decisioni drastiche.
Mantenere l'equilibrio con un ben dosato dare/avere.
Ho scoperto una cosa, di quella Libertà di cui tanto parlavo prima, ora, forse anche prima... Non so... Beh, IO di quella Libertà non me ne faccio niente.
Mi ci riempivo la bocca, la osservavo come qualcosa di prezioso.
Ma più mi ci sono avvicinato e più mi sono sentito solo. Un'idiota ed un fallito.
Un'idealista senza nemmeno un pubblico a cui parlare delle proprie idee.
Ora sto bene. Rubo, inganno, picchio, rompo e me ne fotto.
Mi sono liberato della Libertà...
In fondo era così facile e scontato.
E' bastato un attimo.
E ora che vedo quel fesso, il suo corpo accasciato sul pavimento di un cesso.
Neanche fosse suo il cesso. Ora comprendo di aver fatto la cosa giusta, la sola cosa possibile. Quello che hanno fatto prima di me tutti quelli che hanno fatto la Cosa Giusta.
Torno in bagno e non si è mosso neanche di un millimetro.
Sembra morto ma so che non è così.
Vorrei pisciargli in testa, ma poi magari si sveglia e ci tocca farlo fuori sul serio. Magari la vorrebbe anche, la sua fine eroica.
Ma preferisco lasciarlo qui, in un cesso che non è nemmeno suo. In un appartamento mezzo vuoto. Solo con le sue cazzate.
- Andiamo! Tanto non c'è più niente da prendere...-
- Ma... Non dovevamo fare ancora qualche scatolone?-
- Non vedi che è tutta immondizia?! Quello che c'era da prendere l'abbiamo preso...-
Chiudono la porta piano e se ne vanno.



lunedì 31 maggio 2010

Ho costruito, solo, uccelli di carta senza temere l'acqua o il fuoco... (3)

Il genere noir si differenzia dal giallo per il fatto che non ha come fine principale la risoluzione del crimine.
In molti romanzi noir la soluzione passa nettamente in secondo piano, non c'è un ritorno alla "ragione" e all'ordine, spesso non è nemmeno contemplato un happy end. Nella migliore delle ipotesi, un romanzo noir dovrebbe portare il lettore ad una riflessione sulla realtà, sui suoi lati più contraddittori.
E' altrettanto chiaro che questo accade solo in linea teorica…
Il libro che ho tra le mani risponde per buona parte a questa linea.
Passo la notte leggendo e fumando.
Credo che non ritorneranno mai di mattina.
Non è il momento giusto, troppa gente che va e viene.
Nemmeno l'ora di pranzo mi sembra congeniale, arriveranno nel pomeriggio o in serata o in piena notte.
Mi rendo conto che quest'ipotesi è tutt'altro che inattaccabile, lo stesso fatto di pensare che siano un gruppo di persone e di decidere comunque di rimanere qui ad aspettarli è chiaramente una delle più grandi stronzate che mi potessero venire in mente.
Ci rifletto mentre leggo.
Potrei giustificarla con un estremo bisogno di eroismo.
Dimostrare di poter realmente uscire dall'orizzonte di chi osserva, un impeto d'azione forse.
Leggo in maniera selettiva. Ci sono paragrafi che leggo lentamente, memorizzando parola per parola. Altri scorrono veloci come se potessi spremerne il senso. Le storie si costruiscono comunque nella mente, mentre con la mano destra giocherello con la chiave inglese.
Il primo giorno passa tranquillamente. Dormo dalle 6 alle 11 di mattina, poi scendo e mi faccio fare un po' di panini nell'alimentari.
Risalgo e riprendo in mano il libro. Verso metà pomeriggio faccio un po' di ginnastica. Mi arrischio addirittura in una serie di flessioni e alla fine mi sento più in forma.
Non ho a disposizione nessun mezzo per informarmi su cosa succede nel mondo. Se potessi, verrei a sapere che in Thailandia, un cecchino, ha fatto fuori il leader dei rivoltosi, le cosiddette maglie rosse, un ex generale dell'esercito.
E' singolare come, negli ultimi anni, la maggior parte dei movimenti popolari d'opposizione ai governi in giro per il mondo, vengano identificati con i colori. Rossi, gialli, arancioni, azzurri… Si potrebbe quasi pensare ad unico movimento globale di protesta che ha come base l'idea del "colore al potere".
C'è anche chi dice che in qualche modo questi movimenti abbiamo alle spalle sempre l'apporto della CIA o di qualche altra e meno conosciuta sigla di servizi segreti yankee più o meno deviati.
Che sia vera o meno questa ipotesi, un movimento che fa capo ad un ex generale dell'esercito, non mi da fiducia.
E non sto parlando delle intenzioni che animano le persone che ne fanno parte, ma le idee che stanno nella testa di chi li guida.
L'esperienza di Cuba, con la rivoluzione del '33, meno conosciuta di quella successiva ma comunque sanguinosa. Il sergente Batista e i suoi simpatici compari. La storia insegna che non c'è da fidarsi quando sono le "forze dell'ordine" a voler sovvertire l'ordine.
Anche il secondo giorno passa. Fotocopia del primo e di tanti altri precedenti, se escludiamo la presenza della chiave inglese.
Arrivo alla fine del libro e ne inizio un altro. Genere simile, autore diverso. E' un uomo, spagnolo di origine e messicano d'adozione, per quanto credo si consideri pienamente messicano. Spesa alla mattina. Continuo l'alimentazione a base di panini e frutta. Ginnastica a metà pomeriggio.
Dopo esser crollato, ventre a terra, alla trentesima flessione, ho pensato due cose.
La prima è che avrei dovuto iniziare mesi fa questo training, ma con il senno di poi… La seconda è che potrei cercare di contattare Sergio.
In fin dei conti anche le sue cose sono sparite, quella è anche casa sua ed è sicuramente più reperibile di Corso.
Ma è un'idea che ha atteso quasi tre giorni per affiorare, come se Sergio si fosse allontanato da mio campo visivo e dai miei orizzonti mentali.
Sicuramente se non è passato di qui, ci sarà un motivo. Se arrivasse in questo momento non saprei nemmeno come spiegare la mia decisione, il mio "piano". Credo lo troverebbe un'enorme idiozia. Forse non crederebbe nemmeno subito a tutta la storia e rischierei di essere il primo sospettato. Credo che in questo momento quest'ipotesi non mi preoccupi nè interessi. Ancora due giorni e poi potrò tornare a decisioni più oculate.
Mi viene voglia di cercare un rasoio per eliminare qualsiasi traccia di capelli dalla mia testa. Probabilmente assumerei un'aria più feroce, tipo De Niro in Taxi Driver. Potrei anche dipingermi i colori di guerra sul volto ma non ne so abbastanza e non vorrei sbagliarne l'accostamento o il tratteggio, creando così un messaggio poco credibile.
Il terzo giorno, dopo essermi rifornito al solito alimentari, inizio a pensare che forse dovrei inventarmi qualcosa alla McGyver. Iniziare a tirare fili per la casa, collegarli all'impianto elettrico. Costruire trappole degne di un trapper.
L'idea muore dopo pochi minuti. Non sono un trapper, neanche una Giovane Marmotta e sto facendo una stronzata. Per cui, cercare di sfruttare l'astuzia per vincere sul numero e la forza bruta, non rientra nelle mie possibilità.
Per aggiungere maggior "peso" alle mie decisioni, metto l'opzione numero privato al cellulare e provo a chiamare Sergio. Giusto per capire se sia reperibile.
...il cliente da lei chiamato, non è al momento raggiungibile... la preghiamo di riprovare più tardi...
Anche domani, senza nessun problema.
Tra i vestiti buttati a terra, dove prima c'era il guardaroba di Corso, trovo una alcune mutande ancora incellofanate, qualche maglietta in condizioni decenti e un paio di pantaloni non troppo spiegazzati.
Così me ne vado in bagno e mi faccio una doccia. Stronzo sì ma con un'igiene personale accettabile. Su una mensola c'è uno di quei bagnoschiuma al pino, garante di pulizia senza troppe pretese in fatto di essenze. L'acqua scorre ad una pressione accettabile e cioè mi rende quasi allegro.
Esco dalla doccia e m'infilo un asciugamano in testa per evitare di allagare il bagno e...
Vedo una luce bianca e mi sento pesante.
M'inginocchio lentamente davanti al lavandino, come se stessi cercando qualcosa che mi è caduto. Cerco di mettere a fuoco le linee fra le piastrelle. Vedo cadere due goccie di sangue.


sabato 1 maggio 2010

Ho costruito, solo,uccelli di carta senza temere l'acqua o il fuoco... (2)

Sicuramente è sparito il computer.
Insieme alla stampante, allo scanner e al tavolo su cui erano sistemati.
Stessa fine per quel che riguarda tutta la mobilia che stava nell'entrata/soggiorno/sala da pranzo/cucina, parte degli oggetti che contenevano sono sistemati sul pavimento.
C'è un certo ordine in quello che vedo.
Come se il lavoro fosse stato fatto con calma e con una certa premeditazione.
Entro nella stanza di Corso
Lì sono rimasti solo i libri, dove sono sempre stati.
Su una libreria di fortuna, sistemati in due scatoloni messi uno sopra l'altro.
Il letto non c'è più, gli altri mobili nemmeno.
Sulla parete dove era accostato il letto sono rimasti alcuni manifesti.
L'assenza di un paio di stampe di quadri ha lasciato i tipici aloni biancastri su un altro muro.
I dischi sono stati sistemati dentro uno scatolone aperto che sembra pronto per essere sigillato con il nastro.
Ed effettivamente vicino ad esso ci sono un rotolo di nastro ed un paio di forbici.
La scena è quella di un trasloco.
Ma Corso non è tornato, ne sono certo e un trasloco messo in opera da qualcuno che non sia il proprietario risulta comunque un furto.
Tra i libri di Corso ne trovo uno che parla della politica messicana.
Il Partido del Trabajo è nato nel 1990, dall'unione di diverse organizzazioni sociali tra cui Comité de Defensa Popular de de Chihuahua y el de Durango, il Frente Popular "Tierra y Libertad" de Monterrey, la Unión Nacional de Trabajadores Agrícolas e il Coordinadora Nacional "Plan de Ayala".
Che se uno ci pensa, facendola un po' facile, scorrendo la lista di questi nomi troviamo i "discendenti" di Pancho Villa (Durango e Chihuahua) e di Emiliano Zapata (Tierra y Libertad e il Plan de Ayala).
Cosa che mi fa fantasticare su un nutrito gruppo di dorados che cavalcano per i deserti messicani...
Ma tornando ai fatti...
Entro nella stanza di Sergio.
Anche qui i mobili sono spariti, ma a differenza delle altre stanze, ha fatto la stessa fine anche il loro contenuto. La stanza è completamente vuota.
Fanno eccezione una piccola lampada appoggiata dove prima c'era il letto, un cestino vuoto e un sacco nero pieno di riviste, opuscoli, volantini.
Forse i ladri hanno iniziato da qui e qui sono riusciti portare a termine l'opera, lasciando per una seconda visita il resto delle stanze.
Qualcosa però non quadra.
E' noto che i ladri d'appartamento puntino ad oggetti di valore e contanti, ad oggetti di piccole dimensioni o comunque facilmente trasportabili, mentre qui hanno smontato e portato via quasi tutto. Come se avessero potuto entrare in casa più di una volta.
Sergio potrebbe aver perso le chiavi.
Ma tutto questo lavoro per un guadagno così evidentemente risicato...
La crisi ha colpito anche il settore dei furti in appartamento?
Cerco di pensare, di decidere sul da farsi.
Potrei cercare di contattare Corso, chiamare le "autorità", non chiamare nessuno e far finta di niente.
Sono giorni che non riesco a decidere qualcosa seguendo il buon senso e non credo ci riuscirò nemmeno questa volta.
Esco e vado in un piccolo negozio di alimentari che sta dall'altra parte della strada. Compro una bottiglia d'acqua da un litro, una confezione grande di snack salati, una mela verde, una bottiglia di vino rosso e una confezione di caramelle alla frutta.
Rientro nella casa.
Recupero il materasso del letto di Corso, che era stato lasciato in bagno.
Lo stendo contro una parete della stanza di Sergio in modo da creare una rudimentale poltrona.
Cerco nello sgabuzzino e trovo una chiave inglese di rispettabili dimensioni.
Appoggio tutti i generi alimentari vicino all'improvvisata poltrona insieme alla chiave inglese.
Prendo il libro che parla di politica messicana, ma poi ci ripenso, lo poso e ne prendo uno che è una raccolta di quattro racconti noir di un'autrice francese.
Penso si addica di più alla situazione.
Mi accampo in attesa che succeda qualcosa.
Mi do quattro giorni, se non verrà nessuno penserò a qualcosa di più logico.
Logico...
C'è un paese in Europa che è al limite, o forse l'ha già superato, della bancarotta...
La gente, il popolo, quelli che non ce la fanno più, scendono in piazza per chiedere che la "crisi" la paghi chi l'ha creata. Nel caso in questione pare che si tratti di evasori fiscali, di quelli che fan girare mazzette, delle banche, degli avvoltoi della finanza... Il governo di questo paese chiede prestiti e supporti economici agli altri paesi dell'Europa e questi, storcendo un po' il naso, si decidono a prometterli... prometterli non darli. A volte son differenze che alla lunga contano. Intanto questo governo adotta misure "draconiane", tagliando stipendi, servizi ecc...
Tutte cose che non riguardano nemmeno da lontano i sopracitati colpevoli.
Intanto pare che in piazza ci siano solo i giovani anarchici a creare qualche problema. Ma non sono tanti e si sa, stan li solo a far casino.
Si specula sulle crisi altrui, dice qualcuno, della "pelle altrui" non se ne parla nemmeno più...
Non solo l'ormai noto Eyjafjallajok, ma tutti i vulcani dovrebbero "reagire" eruttando e coprendoci di cenere solo per l'evidente impossibilità di coprirci di merda!
Io leggo queste cose e poi mi ritrovo a dover prendere decisioni seguendo il buon senso. Non credo di esserne in grado
Per questo sto seduto su un materasso/poltrona addentando una mela, verde, leggendo un racconto noir e attendendo qualcuno con una chiave inglese di rispettabili dimensioni a fianco?