domenica 28 marzo 2010
A Corso, Sergio e me...
è che non abbiamo molta voglia di scrivere....
così ci sediamo a terra, aspettando la "palla di fuoco" o la "bomba che esplode tra poco"....
Poi, scivolando su un finale insistito, chiudiamo gli occhi e ce ne andiamo affanculo...
Etichette:
"bomba",
"palla di fuoco",
"valgo poco",
diaframma,
video
giovedì 25 marzo 2010
Come si finisce sull'isola di Hashima.
Corso assente, diretto verso destinazione ignota.
Io e Sergio, il suo nuovo coinquilino, ce ne siamo andati in giro per la città.
Sono le dieci passate e in molti luoghi stanno trasmettendo un programma sulla liberta d'informazione.
Non viene trasmesso tramite i soliti canali ma via web e per questo si sono montanti schermi nelle piazze e nei locali.
E' un'iniziativa ideata da un gruppo di giornalisti, di quelli che conducono programmi di approfondimeto in televisione. Siamo in periodo elettorale e c'è la solita "voglia di cambiamento"e una maggiore volontà di censura.
Concordo sulle parole ma dubito sui successivi fatti. L'individualismo e l'egoismo non sono mali politici o elettorali. Mi sembrano mali "umani" e non di parte. La scomparsa delle ideologie, invece di portare verso un migliore modus vivendi, come alcuni avevano ipotizzato, ha solo reso più banali le idee, omologato le posizioni e le azioni, inaugurato una nuove stagione di "populismi senza popolo"...
Se io dubito Sergio ha già da tempo fatto un passo ulteriore...
Entrambi condividiamo l'idea che in tutti i casi bisogna agire, fare qualcosa e non solo perchè ci sono sempre cause giuste da sostenere, ma fondamentalmente per dare un senso alle nostre vite.
Lasciarsi vivere più del normale è per noi una cosa inaccettabile.
Sergio però ha una filosofia da kamikaze.
Per lui qualsiasi lotta, qualsiasi progetto, qualsiasi cosa ci si metta a fare è sicuramente destinata al fallimento o, nel migliore dei casi, ad un'effimera e poco duratura vittoria. E non per questo il suo impegno è minore, come normalmente ci si aspetterebbe.
A vederlo sembra sempre il più convinto, il più impegnato.
Avanza nel suo fare con un profondo gusto masochista, come qualcuno che corra in contro alla morte.
Corso dice che Sergio ha sempre la faccia di quello che sa che la prossima pallottola troverà il giusto posto bucando la sua fronte e scavando nel suo cranio.
Ben lungi dallo stimarlo per questo, non riesco comunque a criticarlo.
Sergio dice che sono i "fatti" a parlare, che non ha visto un traguardo da quando è nato, che alla fine ha smesso di cercarli e si è concentrato sul percorso.
Che nonostante questo ha perso fiducia anche nei percorsi tracciati ed ora si muove in maniera totalmente disordinata in mezzo a quelle che lui chiama "le cose umane".
Ce ne stiamo per un paio di ore davanti ad un locale a guardare la trasmissione.
Lo vedo ridere, indignarsi, ironizzare...
Alla fine ce ne torniamo verso la macchina.
Sergio mi parla delle rovine delle '900, di come, a differenza di quelle delle altre epoche, siano totalmente prive di quel "velo". Quell'atmosfera che trasmette l'odore della storia a chi le guarda.
Le rovine del '900 sono solo abbandono, momumenti al crollo di qualche superbia umana.
Sono artefatti destinati ad essere abbattuti, sostituiti da altri artefatti a loro volta sostituibili.
Sono privi d'anima. In qualche modo fragili. Nel peggiore dei casi rimangono lì, fermi, troppo costosi da abbattere o troppo velenosi per essere avvicinati.
Non ho la più pallida idea del perchè mi parli di questo, ma l'argomento m'interessa e lo lascio parlare.
Mi racconta una storia.
Davanti a Nagasaki, in mare, si trova l'isola artificiale di Hasmima.
Un luogo dove, dal 1887 al 1974, la Mitsubishi Motors estraeva carbone.
Per alcuni anni è stata il luogo al mondo con la maggior concentrazione di abitanti per chilometro quadrato... 139.000 abitanti per kilometro quadrato.
Nel 1974 è stata abbandonata perchè il carbone, in confronto al petrolio, non era più remunerativo.
L'isola è stata sfollata è non ci vive più nessuno da trentasei anni. Dicono che da lontano la sua sagoma assomigli a quella di una nave da guerra. Chi ha avuto la possibilità di vederla da vicino e di camminare in mezzo alle sue rovine, dice che appare una città come te la puoi immaginare dopo l'estinzione del genere umano. Con le strutture dei palazzi ancora in piedi ma in lento disfacimento e una bicicletta lasciata appoggiata al muro di un androne.
Quelle poche volte in cui sente ancora di desiderare qualcosa, di sperare in qualcosa, di volere e quindi di fare di questa volontà il motivo del suo agire, Sergio, si sente nel centro di Hashima. Con i palazzi che gli crollano attorno, il silenzio che gli perfora le orecchie e la tristezza che lo schiaccia.
- Non ti sembra di vedere tutto troppo nero?- gli dico.
- Dici? Per me ci sono cose buone e cose cattive. Ma so che sono mie definizioni di "buono" e
"cattivo". E so che ogni volta che mi avvicino a qualcosa di "buono", magari dopo mille sforzi oppure
grazie a quella che qualcuno chiama fortuna, questo qualcosa mi sfugge, scompare...
E spesso mi tocca anche riderci su... Io non sono capace a vincere. Mettitelo in testa. Ma ho imparato
a convivere con questo fatto e a mettermi in gioco in qualsiasi caso.
Ci vuole "stile" nell'essere sconfitti, se no la sconfitta diventa un peso troppo grande da portare.
E un mezzo ghigno storto sulla faccia da sempre un tocco di stile in più.
Questo è quello che mi raccontano i fatti. Il giorno che le cose prenderanno un'altra piega sarò felice
di farne partecipi tutti. Intanto che aspettiamo questa fatidica giornata, diamoci una mossa che voglio
andare a casa a farmi un thè.-
Ben lungi dallo stimarlo, ma lo sento in qualche modo a me affine.
Un "fanculo" avrebbe avuto lo stesso effetto... ma mi piacciono di più le risposte motivate.
E così siamo andati a farci un thè a casa sua.
Io e Sergio, il suo nuovo coinquilino, ce ne siamo andati in giro per la città.
Sono le dieci passate e in molti luoghi stanno trasmettendo un programma sulla liberta d'informazione.
Non viene trasmesso tramite i soliti canali ma via web e per questo si sono montanti schermi nelle piazze e nei locali.
E' un'iniziativa ideata da un gruppo di giornalisti, di quelli che conducono programmi di approfondimeto in televisione. Siamo in periodo elettorale e c'è la solita "voglia di cambiamento"e una maggiore volontà di censura.
Concordo sulle parole ma dubito sui successivi fatti. L'individualismo e l'egoismo non sono mali politici o elettorali. Mi sembrano mali "umani" e non di parte. La scomparsa delle ideologie, invece di portare verso un migliore modus vivendi, come alcuni avevano ipotizzato, ha solo reso più banali le idee, omologato le posizioni e le azioni, inaugurato una nuove stagione di "populismi senza popolo"...
Se io dubito Sergio ha già da tempo fatto un passo ulteriore...
Entrambi condividiamo l'idea che in tutti i casi bisogna agire, fare qualcosa e non solo perchè ci sono sempre cause giuste da sostenere, ma fondamentalmente per dare un senso alle nostre vite.
Lasciarsi vivere più del normale è per noi una cosa inaccettabile.
Sergio però ha una filosofia da kamikaze.
Per lui qualsiasi lotta, qualsiasi progetto, qualsiasi cosa ci si metta a fare è sicuramente destinata al fallimento o, nel migliore dei casi, ad un'effimera e poco duratura vittoria. E non per questo il suo impegno è minore, come normalmente ci si aspetterebbe.
A vederlo sembra sempre il più convinto, il più impegnato.
Avanza nel suo fare con un profondo gusto masochista, come qualcuno che corra in contro alla morte.
Corso dice che Sergio ha sempre la faccia di quello che sa che la prossima pallottola troverà il giusto posto bucando la sua fronte e scavando nel suo cranio.
Ben lungi dallo stimarlo per questo, non riesco comunque a criticarlo.
Sergio dice che sono i "fatti" a parlare, che non ha visto un traguardo da quando è nato, che alla fine ha smesso di cercarli e si è concentrato sul percorso.
Che nonostante questo ha perso fiducia anche nei percorsi tracciati ed ora si muove in maniera totalmente disordinata in mezzo a quelle che lui chiama "le cose umane".
Ce ne stiamo per un paio di ore davanti ad un locale a guardare la trasmissione.
Lo vedo ridere, indignarsi, ironizzare...
Alla fine ce ne torniamo verso la macchina.
Sergio mi parla delle rovine delle '900, di come, a differenza di quelle delle altre epoche, siano totalmente prive di quel "velo". Quell'atmosfera che trasmette l'odore della storia a chi le guarda.
Le rovine del '900 sono solo abbandono, momumenti al crollo di qualche superbia umana.
Sono artefatti destinati ad essere abbattuti, sostituiti da altri artefatti a loro volta sostituibili.
Sono privi d'anima. In qualche modo fragili. Nel peggiore dei casi rimangono lì, fermi, troppo costosi da abbattere o troppo velenosi per essere avvicinati.
Non ho la più pallida idea del perchè mi parli di questo, ma l'argomento m'interessa e lo lascio parlare.
Mi racconta una storia.
Davanti a Nagasaki, in mare, si trova l'isola artificiale di Hasmima.
Un luogo dove, dal 1887 al 1974, la Mitsubishi Motors estraeva carbone.
Per alcuni anni è stata il luogo al mondo con la maggior concentrazione di abitanti per chilometro quadrato... 139.000 abitanti per kilometro quadrato.
Nel 1974 è stata abbandonata perchè il carbone, in confronto al petrolio, non era più remunerativo.
L'isola è stata sfollata è non ci vive più nessuno da trentasei anni. Dicono che da lontano la sua sagoma assomigli a quella di una nave da guerra. Chi ha avuto la possibilità di vederla da vicino e di camminare in mezzo alle sue rovine, dice che appare una città come te la puoi immaginare dopo l'estinzione del genere umano. Con le strutture dei palazzi ancora in piedi ma in lento disfacimento e una bicicletta lasciata appoggiata al muro di un androne.
Quelle poche volte in cui sente ancora di desiderare qualcosa, di sperare in qualcosa, di volere e quindi di fare di questa volontà il motivo del suo agire, Sergio, si sente nel centro di Hashima. Con i palazzi che gli crollano attorno, il silenzio che gli perfora le orecchie e la tristezza che lo schiaccia.
- Non ti sembra di vedere tutto troppo nero?- gli dico.
- Dici? Per me ci sono cose buone e cose cattive. Ma so che sono mie definizioni di "buono" e
"cattivo". E so che ogni volta che mi avvicino a qualcosa di "buono", magari dopo mille sforzi oppure
grazie a quella che qualcuno chiama fortuna, questo qualcosa mi sfugge, scompare...
E spesso mi tocca anche riderci su... Io non sono capace a vincere. Mettitelo in testa. Ma ho imparato
a convivere con questo fatto e a mettermi in gioco in qualsiasi caso.
Ci vuole "stile" nell'essere sconfitti, se no la sconfitta diventa un peso troppo grande da portare.
E un mezzo ghigno storto sulla faccia da sempre un tocco di stile in più.
Questo è quello che mi raccontano i fatti. Il giorno che le cose prenderanno un'altra piega sarò felice
di farne partecipi tutti. Intanto che aspettiamo questa fatidica giornata, diamoci una mossa che voglio
andare a casa a farmi un thè.-
Ben lungi dallo stimarlo, ma lo sento in qualche modo a me affine.
Un "fanculo" avrebbe avuto lo stesso effetto... ma mi piacciono di più le risposte motivate.
E così siamo andati a farci un thè a casa sua.
giovedì 11 marzo 2010
quando la Fretta prese una curva dritta...
- Ti ricordi?-
Mi chiede Corso, mentre siamo seduti su un muretto in un posto che non ci potrebbe dire di meno.
- Mi ricordo sì... - penso io.
E' che non ne avrei un granchè voglia.
Ricordo però alla perfezione la sigaretta che, buttata dal finestrino, avevo visto rimbalzare sull'asfalto dallo specchietto retrovisore.
Era una di quelle notti...
E' un po' banale descriverla così, fa molto romanzo noir e già qualcuno s'immaginerà la figura di un uomo in impermeabile, col cappello piazzato di sbieco sulla testa e intorno la nebbia.
Ma vi assicuro che non c'era nebbia, forse aveva nevicato da poco ma la neve non aveva "attaccato".
Non c'era nemmeno traccia di impermeabili.
Nelle orecchie suonava una canzone...
"... non basta un'imboscata a bloccare il mio passaggio..."
Un ritmo sostenuto che non stava nemmeno lontanamente dietro alla mia "fretta"...
Corso a molti chilometri da dove mi trovavo, viveva una situazione simile ma per altri motivi e correndo in tutt'altra direzione...
La "fretta" signori!
Non quella dei vostri affari, degli appuntamenti, delle scadenze.
E nemmeno quella che vi nasce improvvisa quando siete in coda e il tempo vi sembra passare troppo in fretta o troppo poco.
La nostra "fretta".
Quella che danno solo certe emozioni, quella che accompagna certe necessità, alcuni momenti.
Quella che rimane sempre uguale ma salta fuori per i motivi più diversi.
"...su le mani adesso nel cielo stellato, su la notte amica per ciò che non è stato... su la vita sono ben
preparato... puntare all'obbiettivo e quasi come essere vivo..."
La canzone continuava così...
Senza mai coincidere con la mia, con la nostra "fretta".
La "fretta" dell'Adesso...
Perchè se non sarà ora, avrà sicuramente un altro significato e non sarà sufficiente.
La sicurezza di avere tutte le frasi e le risposte in testa, pronte ad uscire dritte e invincibili.
La "fretta" dell'ennesima scossa, del motivo per cui vivere. Per quanto poi ci sarebbe parso vuoto ed insensato pochi giorni dopo.
Le sicurezze, quelle più ricercate, le avevamo lasciate tutte su una tavola imbandita e si erano presentati in tanti, smaniosi di appropriarsene e servirsene.
- La fai sempre troppo lunga, troppo complicata- mi dice Corso.
- Hai ragione. Ma sei tu che mi hai chiesto di ricordare e la mia memoria prende sempre delle strade
leggermente tortuose.-
- Io la butterei giù più semplice. Due coglioni correvano nella notte, spinti da una forza e da una
volontà probabilmente fuori luogo. A forza di correre dietro alla loro cazzo di "fretta", o come cavolo
vuoi chiamarla... Presero una bella curva dritta. E poi ci arriva anche un imbecille a capire che fine
abbiamo fatto! Una bella facciata contro qualcosa di duro. Una gran quantità di danni e l'ennesima
figura da coglioni... La tua memoria può gradire questo mio "umile" riassunto? -
- Nulla da eccepire sul riassunto... Ma non ti andrebbe, per una volta, di riuscire a descrivere quella
"fretta"? Non ci sono riuscito io e tu l'hai solo citata. In fondo lo schianto finale ne è solo la diretta
conseguenza...-
- Ed è qui che il sottoscritto si allontana da te! Col cazzo che nè è stata la diretta conseguenza!
Tu continui a parlarne come se fosse una "colpa" e io non sono assolutamente d'accordo!
Dovrei sentirmi in colpa per quei pochi momenti in cui mi sento vivo? In cui punto dritto
all'obbiettivo? E scusa la citazione... Ma stai scherzando? Eravamo disposti a prenderci le nostre
responsabilità e i pugni ed i calci del caso... E li abbiamo presi.
Ne abbiamo tratto qualche utile lezione? Non ne ho la più pallida idea...
Ma io non mi sentirò mai in colpa per aver seguito quella "fretta"! -
- Ci siamo illusi che qualcuno ci avrebbe seguito, che ci sarebbe stato qualcuno a dare delle
risposte o anche solo a darci quel pugno in faccia. Abbiamo "peccato" di presunzione.
Ci siamo sentiti importanti, forse anche indispensabili. E' stato un peccato... l'ennesimo. -
- Vedila così se vuoi, non voglio convincerti di niente... non ne vedo il motivo...
Io ho pagato quel che c'era da pagare e me ne sbatto di qualsiasi considerazione a posteriori... -
- Io invece mi pongo ancora delle domande... -
Quella notte avevo guardato a lungo il puntino rosso della sigaretta che si era fermata sull'asfalto.
Con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore, non mi ero accorto di quello che avevo davanti.
Ed è così che la mia "fretta" e, poco prima o poco dopo, quella di Corso, erano andate a schiantarsi
contro un ostacolo. Qualcosa che non possiamo dire che fosse totalmente inaspettato.
Ce n'eravamo scordati per un breve momento e lei ne aveva approfittato.... l'Indifferenza.
sabato 6 marzo 2010
L'ultima neve
Sotto l'ultima neve, quando il giorno stava per morire, ho acceso la mia ultima sigaretta...
Sotto l'ultima neve, quando non c'era più niente da sperare se non un sonno profondo, ho guardato in alto
Sotto l'ultima neve, ho temuto l'arrivo del caldo e sperato nel ritorno del freddo.
Sotto l'ultima neve, ho assaporato il gusto di tutte le mie sconfitte, messe in fila in ordine sparso.
Sotto l'ultima neve, ho detto grazie a chi non ha fatto niente.
Sotto l'ultima neve, ho inciampato più volte e altrettante mi sono rialzato.
In attesa di risposte e di un vento amico, lascio libere le mie ossa...
all'ultima neve.
Sotto l'ultima neve, quando non c'era più niente da sperare se non un sonno profondo, ho guardato in alto
Sotto l'ultima neve, ho temuto l'arrivo del caldo e sperato nel ritorno del freddo.
Sotto l'ultima neve, ho assaporato il gusto di tutte le mie sconfitte, messe in fila in ordine sparso.
Sotto l'ultima neve, ho detto grazie a chi non ha fatto niente.
Sotto l'ultima neve, ho inciampato più volte e altrettante mi sono rialzato.
In attesa di risposte e di un vento amico, lascio libere le mie ossa...
all'ultima neve.
giovedì 4 marzo 2010
Canovaccio
E' uno di quei giorni in cui Corso risponde a monosillabi e io non ho voglia di fare domande.
Sto davanti al computer senza combinare nulla di particolare.
Vago su youtube e su siti d'informazione, disinformazione e controinformazione.
Intanto Corso cerca di portare a termine una traduzione.
Una raccolta di racconti brevi noir, non più di duecento pagine in tutto.
- Su sette se ne salvano due, gli altri hanno visto troppa televisione-
L'ha affermato con la sicurezza di un vecchio critico letterario annoiato e la faccia di un giovane produttore rapace alla ricerca della storia giusta per lanciare la starlette di turno.
E' probabile che i due racconti in questione saranno quelli tradotti meglio.
Non si può dire che l'imparzialità sia una dote che ci contraddistingua.
Passano un paio di ore e nessuno dei due è riuscito a combinare niente di sufficientemente significativo da giustificare il fatto di rimanere ognuno seduto al suo posto.
Di comune accordo raccogliamo i giubbotti e usciamo di casa.
Prima di mettere la testa fuori e di infilarmi sotto la pioggia mi do una spruzzata di propoli in gola,
è un gesto che attualmente ritengo più utile che specchiarsi per vedere come va la mia faccia o se i miei indumenti fanno a pugni fra di loro.
E ciò non vuol dire che io sia un "propoli dipendente".
E' un gesto "psicosomatico", come il mio mal di gola.
Ci dividiamo presto, appuntamento ad una cena benefit vero le 20.
Decido di raggiungere il capoluogo grazie al passaggio di un conoscente che esce a quest'ora dal lavoro e che va nella direzione giusta.
Il passaggio dalla periferia alla Città è indolore, un leggero variare delle tonalità di grigio e della quantità di traffico.
Lui si lamenta del suo lavoro e mi racconto per l'ennesima volta di essere stato ad un passo da una grossa vincita.
- Avevo già il cellulare in mano! Porca troia! Tutta una serie di nomi in mente e una serie di vaffanculo in canna... La mattina dopo andavo a comprarmi una macchina seria e poi avrei passato la giornata a sgasare davanti all'ufficio alla faccia di quei caproni... puttana miseria!-
Scendo in una piazza con parcheggio a pagamento e mi dirigo verso il centro.
Mi fermo a prendere un caffè che risulta scisso tra fondi e acqua.
Guardo la barista che ha anche il coraggio di osservarmi con aria compiaciuta, come se volesse dirmi:
-Buono eh!!?-
Sciacquo via il sapore con un bicchiere di acqua frizzante gelato... giusto per sentire l'effetto che fa sulle mie gengive...
Una botta di vita.
Esco e cerco di sistemarmi le cuffiette dell'ipod nelle orecchie, ma pare essere uno di quei giorni in cui, o il mio condotto uditivo si è ristretto o le cuffiette si sono allargate.
Una delle due.
Sta di fatto che, ogni cinque passi, una delle due maledette mi scivola fuori creando un effetto di pan stupido quanto inutile.
Entro in un vicolo per guardare la vetrina di una libreria ma alla fine non mi ci fermo.
Takes to the sky mi porta avanti come una sorta di marcetta.
Finisco, senza volerlo, in una delle vie dello shopping.
Gruppi di giovani e meno giovani con borse in mano.
Non gradisco il panorama così m'infilo in fretta in un'altra stradina laterale.
Mi fermo a far due chiacchiere con un tizio conosciuto all'Università.
Ha perso il lavoro un paio di mesi fa e non gioca a nessuna lotteria nazionale.
In compenso si sta trasformando.
Sempre ben vestito, ben rasato e preciso, ora ha un'aria disordinata e poco curata.
A guardarlo bene mi supera di almeno due spanne in fatto di trascuratezza.
Non capisco se sia dovuto alla sua attuale situazione economica o ad una strana sorta di decandeza che gli viene da dentro.
Lo lascio sfogare, ma purtroppo non ho molto da dirgli così continuo a camminare.
Mi accorgo che sto camminando lungo lo stesso percorso fatto quella domenica con un'amica che voleva rendermi partecipe del suo dramma sentimentale.
Anche oggi non sarei stato in grado di dirle niente e nemmeno di sentirmi abbastanza "superiore" da spostare il baricentro dei suoi pensieri.
Le cuffiette continuano a scivolare con un'alternanza quasi diabolica, dalle orecchie al giubbotto.
Lungo il percorso incontro altre due persone con cui mi fermo a chiacchierare.
Mi dicono esattamente quello che avevo pensato mi avrebbero detto e mi sorprendo a rispondere nello stesso identico modo.
Una giornata a "canovaccio" senza sorprese.
Giro un angolo e sono quasi arrivato alla mia meta quando improvvisamente nell'ipod parte una canzone che non riesco a riconoscere. Inizia con un prolungato rumore, forte e ascendente...
Ed è allora che la vedo.
Sull'orizzonte alla fine del corso che ho appena imboccato.
Un'immensa onda di maremoto di scazzo che mi sta per travolgere...
Non è la prima volta e non sarà l'ultima.
Sto davanti al computer senza combinare nulla di particolare.
Vago su youtube e su siti d'informazione, disinformazione e controinformazione.
Intanto Corso cerca di portare a termine una traduzione.
Una raccolta di racconti brevi noir, non più di duecento pagine in tutto.
- Su sette se ne salvano due, gli altri hanno visto troppa televisione-
L'ha affermato con la sicurezza di un vecchio critico letterario annoiato e la faccia di un giovane produttore rapace alla ricerca della storia giusta per lanciare la starlette di turno.
E' probabile che i due racconti in questione saranno quelli tradotti meglio.
Non si può dire che l'imparzialità sia una dote che ci contraddistingua.
Passano un paio di ore e nessuno dei due è riuscito a combinare niente di sufficientemente significativo da giustificare il fatto di rimanere ognuno seduto al suo posto.
Di comune accordo raccogliamo i giubbotti e usciamo di casa.
Prima di mettere la testa fuori e di infilarmi sotto la pioggia mi do una spruzzata di propoli in gola,
è un gesto che attualmente ritengo più utile che specchiarsi per vedere come va la mia faccia o se i miei indumenti fanno a pugni fra di loro.
E ciò non vuol dire che io sia un "propoli dipendente".
E' un gesto "psicosomatico", come il mio mal di gola.
Ci dividiamo presto, appuntamento ad una cena benefit vero le 20.
Decido di raggiungere il capoluogo grazie al passaggio di un conoscente che esce a quest'ora dal lavoro e che va nella direzione giusta.
Il passaggio dalla periferia alla Città è indolore, un leggero variare delle tonalità di grigio e della quantità di traffico.
Lui si lamenta del suo lavoro e mi racconto per l'ennesima volta di essere stato ad un passo da una grossa vincita.
- Avevo già il cellulare in mano! Porca troia! Tutta una serie di nomi in mente e una serie di vaffanculo in canna... La mattina dopo andavo a comprarmi una macchina seria e poi avrei passato la giornata a sgasare davanti all'ufficio alla faccia di quei caproni... puttana miseria!-
Scendo in una piazza con parcheggio a pagamento e mi dirigo verso il centro.
Mi fermo a prendere un caffè che risulta scisso tra fondi e acqua.
Guardo la barista che ha anche il coraggio di osservarmi con aria compiaciuta, come se volesse dirmi:
-Buono eh!!?-
Sciacquo via il sapore con un bicchiere di acqua frizzante gelato... giusto per sentire l'effetto che fa sulle mie gengive...
Una botta di vita.
Esco e cerco di sistemarmi le cuffiette dell'ipod nelle orecchie, ma pare essere uno di quei giorni in cui, o il mio condotto uditivo si è ristretto o le cuffiette si sono allargate.
Una delle due.
Sta di fatto che, ogni cinque passi, una delle due maledette mi scivola fuori creando un effetto di pan stupido quanto inutile.
Entro in un vicolo per guardare la vetrina di una libreria ma alla fine non mi ci fermo.
Takes to the sky mi porta avanti come una sorta di marcetta.
Finisco, senza volerlo, in una delle vie dello shopping.
Gruppi di giovani e meno giovani con borse in mano.
Non gradisco il panorama così m'infilo in fretta in un'altra stradina laterale.
Mi fermo a far due chiacchiere con un tizio conosciuto all'Università.
Ha perso il lavoro un paio di mesi fa e non gioca a nessuna lotteria nazionale.
In compenso si sta trasformando.
Sempre ben vestito, ben rasato e preciso, ora ha un'aria disordinata e poco curata.
A guardarlo bene mi supera di almeno due spanne in fatto di trascuratezza.
Non capisco se sia dovuto alla sua attuale situazione economica o ad una strana sorta di decandeza che gli viene da dentro.
Lo lascio sfogare, ma purtroppo non ho molto da dirgli così continuo a camminare.
Mi accorgo che sto camminando lungo lo stesso percorso fatto quella domenica con un'amica che voleva rendermi partecipe del suo dramma sentimentale.
Anche oggi non sarei stato in grado di dirle niente e nemmeno di sentirmi abbastanza "superiore" da spostare il baricentro dei suoi pensieri.
Le cuffiette continuano a scivolare con un'alternanza quasi diabolica, dalle orecchie al giubbotto.
Lungo il percorso incontro altre due persone con cui mi fermo a chiacchierare.
Mi dicono esattamente quello che avevo pensato mi avrebbero detto e mi sorprendo a rispondere nello stesso identico modo.
Una giornata a "canovaccio" senza sorprese.
Giro un angolo e sono quasi arrivato alla mia meta quando improvvisamente nell'ipod parte una canzone che non riesco a riconoscere. Inizia con un prolungato rumore, forte e ascendente...
Ed è allora che la vedo.
Sull'orizzonte alla fine del corso che ho appena imboccato.
Un'immensa onda di maremoto di scazzo che mi sta per travolgere...
Non è la prima volta e non sarà l'ultima.
Iscriviti a:
Post (Atom)
