giovedì 25 marzo 2010

Come si finisce sull'isola di Hashima.

Corso assente, diretto verso destinazione ignota.
Io e Sergio, il suo nuovo coinquilino, ce ne siamo andati in giro per la città.
Sono le dieci passate e in molti luoghi stanno trasmettendo un programma sulla liberta d'informazione.
Non viene trasmesso tramite i soliti canali ma via web e per questo si sono montanti schermi nelle piazze e nei locali.
E' un'iniziativa ideata da un gruppo di giornalisti, di quelli che conducono programmi di approfondimeto in televisione. Siamo in periodo elettorale e c'è la solita "voglia di cambiamento"e una maggiore volontà di censura.
Concordo sulle parole ma dubito sui successivi fatti. L'individualismo e l'egoismo non sono mali politici o elettorali. Mi sembrano mali "umani" e non di parte. La scomparsa delle ideologie, invece di portare verso un migliore modus vivendi, come alcuni avevano ipotizzato, ha solo reso più banali le idee, omologato le posizioni e le azioni, inaugurato una nuove stagione di "populismi senza popolo"...
Se io dubito Sergio ha già da tempo fatto un passo ulteriore...
Entrambi condividiamo l'idea che in tutti i casi bisogna agire, fare qualcosa e non solo perchè ci sono sempre cause giuste da sostenere, ma fondamentalmente per dare un senso alle nostre vite.
Lasciarsi vivere più del normale è per noi una cosa inaccettabile.
Sergio però ha una filosofia da kamikaze.
Per lui qualsiasi lotta, qualsiasi progetto, qualsiasi cosa ci si metta a fare è sicuramente destinata al fallimento o, nel migliore dei casi, ad un'effimera e poco duratura vittoria. E non per questo il suo impegno è minore, come normalmente ci si aspetterebbe.
A vederlo sembra sempre il più convinto, il più impegnato.
Avanza nel suo fare con un profondo gusto masochista, come qualcuno che corra in contro alla morte.
Corso dice che Sergio ha sempre la faccia di quello che sa che la prossima pallottola troverà il giusto posto bucando la sua fronte e scavando nel suo cranio.
Ben lungi dallo stimarlo per questo, non riesco comunque a criticarlo.
Sergio dice che sono i "fatti" a parlare, che non  ha visto un traguardo da quando è nato, che alla fine ha smesso di cercarli e si è concentrato sul percorso.
Che nonostante questo ha perso fiducia anche nei percorsi tracciati ed ora si muove in maniera totalmente disordinata in mezzo a quelle che lui chiama "le cose umane".
Ce ne stiamo per un paio di ore davanti ad un locale a guardare la trasmissione.
Lo vedo ridere, indignarsi, ironizzare...
Alla fine ce ne torniamo verso la macchina.
Sergio mi parla delle rovine delle '900, di come, a differenza di quelle delle altre epoche, siano totalmente prive di quel "velo". Quell'atmosfera che trasmette l'odore della storia a chi le guarda.
Le rovine del '900 sono solo abbandono, momumenti al crollo di qualche superbia umana.
Sono artefatti destinati ad essere abbattuti, sostituiti da altri artefatti a loro volta sostituibili.
Sono privi d'anima. In qualche modo fragili. Nel peggiore dei casi rimangono lì, fermi, troppo costosi da abbattere o troppo velenosi per essere avvicinati.
Non ho la più pallida idea del perchè mi parli di questo, ma l'argomento m'interessa e lo lascio parlare.
Mi racconta una storia.
Davanti a Nagasaki, in mare, si trova l'isola artificiale di Hasmima.
Un luogo dove, dal 1887 al 1974, la Mitsubishi Motors estraeva carbone.
Per alcuni anni è stata il luogo al mondo con la maggior concentrazione di abitanti per chilometro quadrato... 139.000 abitanti per kilometro quadrato.
Nel 1974 è stata abbandonata perchè il carbone, in confronto al petrolio, non era più remunerativo.
L'isola è stata sfollata è non ci vive più nessuno da trentasei anni. Dicono che da lontano la sua sagoma assomigli a quella di una nave da guerra. Chi ha avuto la possibilità di vederla da vicino e di camminare in mezzo alle sue rovine, dice che appare una città come te la puoi immaginare dopo l'estinzione del genere umano. Con le strutture dei palazzi ancora in piedi ma in lento disfacimento e una bicicletta lasciata appoggiata al muro di un androne.
Quelle poche volte in cui sente ancora di desiderare qualcosa, di sperare in qualcosa, di volere e quindi di fare di questa volontà il motivo del suo agire, Sergio, si sente nel centro di Hashima. Con i palazzi che gli crollano attorno, il silenzio che gli perfora le orecchie e la tristezza che lo schiaccia.
- Non ti sembra di vedere tutto troppo nero?- gli dico.
- Dici? Per me ci sono cose buone e cose cattive. Ma so che sono mie definizioni di "buono" e
  "cattivo". E so che ogni volta che mi avvicino a qualcosa di "buono", magari dopo mille sforzi oppure
  grazie a quella che qualcuno chiama fortuna, questo qualcosa mi sfugge, scompare...
  E spesso mi tocca anche riderci su... Io non sono capace a vincere. Mettitelo in testa. Ma ho imparato
  a convivere con questo fatto e a mettermi in gioco in qualsiasi caso.
  Ci vuole "stile" nell'essere sconfitti, se no la sconfitta diventa un peso troppo grande da portare.
  E un mezzo ghigno storto sulla faccia da sempre un tocco di stile in più.
  Questo è quello che mi raccontano i fatti. Il giorno che le cose prenderanno un'altra piega sarò felice
  di farne partecipi tutti. Intanto che aspettiamo questa fatidica giornata, diamoci una mossa che voglio
  andare a casa a farmi un thè.-
Ben lungi dallo stimarlo, ma lo sento in qualche modo a me affine.
Un "fanculo" avrebbe avuto lo stesso effetto... ma mi piacciono di più le risposte motivate.
E così siamo andati a farci un thè a casa sua.

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