domenica 19 settembre 2010

Per giudicare bisogna arrivare in fondo

- Eccomi, non ti dico quanto mi possa sentire coglione a fare questa buffonata che mi hai gentilmente richiesto…- Così inizia la email di sente. In qualche modo credo di immaginarmi quanto si possa sentire "coglione", visto ne sono il fautore e il progettista. - Ti considero un amico, forse l'unico vero amico che abbia in questo momento. E non credere che stia facendo leva sui tuoi buoni sentimenti! Sia chiaro, in questo momento penso che tu sia un'enorme testa di cazzo, un esaurito della balle che mi costringe davanti ad una tastiera per scrivere delle cose che potrei benissimo dirgli di persona raggiungendolo con meno di cinque minuti di passeggiata. Ma nonostante tutto ho capito che il problema è che tu sei esaurito. Passami il termine. Non so fino a che punto, ma per i pochi minuti in cui ti ho visto, mi è parso evidente. Fossi stato un altro avrei potuto pensare che ti fossi fatto di quacosa. Ma ti conosco abbastanza bene per sapere che è un'ipotesi da scartare. Dunque te ne sei andato via di testa, per qualche ragione a me sconosciuta.Così l'altro giorno, dopo essere tornato a casa, dopo essermi calmato, ho fatto la cosa più logica che potessi fare. Ho telefonato a Corso. Ti saluta. Gli ho spiegato il mio problema. L'ho tenuto al telefono almeno quattro ore… Alla fine eravamo concordi su una cosa. Sei l'unico di cui mi possa fidare e grazie a Corso so anche come proporti la cosa.Ti offro un lavoro…-
Questa non me l'aspettavo. Ma pensandoci Corso mi conosce bene.
Se dovessi accettare non mi tirerei indietro finché non l'avessi finito.
Poi Sante va avanti con la "diagnosi" di Corso.
Riporta affermazioni, giudizi, ricordi di Corso rispetto ai miei malesseri.
Leggo cose di cui neanche mi ricordavo. Non che cambino di molto il quadro generale. In generale so cosa pensa Corso di me.Non ho assolutamente intenzione di unirmi alla scuola di pensiero "nessuno mi può giudicare". Ho sempre pensato che sia una delle più grandi stronzate che la mente abbia mai partorito. "Giudicare" ed "essere giudicati" non dovrebbero essere termini negativi. Credo sia più utile giudicare le azioni che i pensieri, ma in senso generale qualsiasi "giudizio" dovrebbe comportare del tempo, un minimo di ragionamento, un interesse. Mi spiego.
Se io faccio qualcosa e qualcuno mi chiede perché l'ho fatto, glielo spiego e a ciò segue un suo giudizio, anche se questo è negativo, è sempre il frutto del pensiero di una persona che ha impegnato parte del suo tempo ad osservare, ascoltare, pensare e poi parlare. Non mi sembra cosa da poco.Alcuni anni fa io e Corso eravamo in montagna, a casa di un'amica insieme ad altre persone. C'era una tizia che passò tutto il giorno ricordano un suo ex. Ne tesseva le lodi, fisiche, intellettive ed emotive. - Dovrebbero essercene di più di uomini così! Lui non mi ha mai giudicato.
Era carino con me, gentile. Mi stava ad ascoltare quando ne avevo bisogno. Non ricordo una sola volta in cui siamo entrati in conflitto. Eravamo sulla stessa linea di pensiero. Non c'era nemmeno bisogno che ci parlassimo, bastava uno sguardo…-. - E poi cos'è successo? Che fine ha fatto? - aveva chiesto qualcuno.
- L'amore è così… Cosa ci vuoi fare? Ad un certo punto se n'è andato con un'altra. Ma ci ha messo molto tempo a separarsi da me. E' stata quasi più dura per lui che per me! Figurati che quasi due anni dopo esserci lasciati ci siamo sentiti e poi incontrati per un po' di volte. Sembrava tornato tutto come prima. Poi lui non se l'è sentita di abbandonare la sua nuova compagna. Aveva tanti problemi ed avevano anche avuto un bambino. Io conoscevo il suo cuore gentile e l'ho lasciato andare. Ma gli ho assicurato che la mia porta sarebbe sempre stata aperta per lui… Non l'ho più trovato uno così e spesso mi manca…- - Qual era il suo film preferito?- le aveva chiesto Corso.- Sai che non me lo ricordo? Ma non era uno di quelli fissati con il cinema.- - Tifava per una squadra? Leggeva saggi o romanzi? Gli piaceva più la carne o il pesce? E qual era il suo rapporto con sua madre? Aveva dei bei ricordi di quando aveva cinque anni? - Corso le aveva continuato a fare domande a cui lei non pareva sapere rispondere. - Ma perché mi fai tutte queste domande? Me lo vuoi ritrovare? Sei un detective? Ti serve una foto?- ed era scoppiata a ridere.
- Avete scopato?- fu la sua ultima domanda - Beh certo! Siamo stati insieme per più di un anno! Non mi sono mai votata alla castità! Ma ti sembrano domande da fare?- aveva risposto lei.
- Quando vi siete rivisti, due anni dopo, avete scopato?-
- Perché dovrei risponderti? Guarda che ho capito! Tu mi stai giudicando! Tu pensi che io sia una di quelle che se la fa con quelli impegnati! Ma non mi conosci per niente! Tu non sai niente di me! Ci saremmo visti cinque o sei volte… E tu sei già li che mi punti il dito contro! Chi cazzo ti credi di essere?! -
La tizia si era fatta prendere dai nervi ed era andata avanti per un bel po'. Corso non le dava più retta. Dopo un paio di giorni la cosa fu dimenticata. Lei disse ad altri di non portare alcun rancore. Che le davano solo fastidio le persone che si permettevano di giudicare. Corso, informato, non dimostrò alcun interesse. Personalmente ero d'accordo con Corso, o almeno credevo di esserlo. Oggi nessuno vuole essere giudicato. Non lo vuole chi occupa le posizioni di potere, di qualsiasi potere si parli, non lo voglio i gruppi né i singoli. Ed a ciò si accompagna un certo "permissivismo" nel giudicarsi. C'è la tendenza a vedersi sempre un po' meglio di quello che sì è. L'autocritica è morta, seppellita da diritti incontestabili e condivisi. Si potrebbe essere accusati di violare la legge sulla privacy perché si assiste ad un omicidio? Non riesco a seguire un pensiero per più di dieci minuti. Ho pensato a tutto questo lasciando lì la e-mail di Sante.
- Il tuo lavoro sarà ritrovare Lucia. Perché è quasi una settimana che non la vedo e non riesco a mettermici in contatto… Non posso credere che sia stata una sua iniziativa quella di sparire. Se voleva lasciarmi me l'avrebbe detto in faccia. In fondo non ci vediamo da molto, per quanto io ammetta di essere coinvolto come mai lo sono stato… E comunque non ha senso perché tutto stava andando benissimo. Tu non hai idea!- Nonostante la forma scritta, qui Sante si era fatto prendere la mano. Mi racconta di sguardi, situazioni, parole, baci e carezze. Mi sembra di leggere un romanzo rosa che a tratti prenda una vena più erotica La e-mail è molto lunga. All'inizio non ci avevo fatto caso… Ma per giudicare dovrò arrivare fino in fondo…


martedì 14 settembre 2010

La lezione

Sono passati quattro giorni e non c'è traccia della e-mail di Sante.
E' pur vero che non mi ha nemmeno chiamato, non è venuto a suonare alla mia porta e non mi ha nemmeno risposto di no.
Conoscendolo credo che, seppur infastidito, se ha veramente bisogno di me, presto leggerò le sue righe. Forse ha capito che ho bisogno di tempo.
In un certo senso è quest'attesa a tenermi in piedi.
Non c'è ansia o agitazione è una questione assai diversa, è un input che arriva dall'esterno
Attualmente la risposta negativa, il "vaffanculo", la e-mail di Sante sono gli unici fili che mi colleghino con l'esterno.
Non lo capisco completamente neanch'io, ma così è.
Dopo avergli scritto l'sms, ho dovuto capire "come" avrei atteso la sua risposta. Perché è facile in certi casi darsi dei propositi ed è altrettanto facile pensare per qualche minuto e collegare il momento in cui si decide che inizia l'attesa e quello in cui l'attesa finirà, per poi iniziarne un'altra o per dare inizio ad un'azione. Nel mio caso il problema reale è che dopo meno di mezz'ora stavo naturalmente tornando preda dei miei malesseri.
E' stata questione di un attimo, l'attimo in cui me ne sono accorto e ho raccolto le forze. Forze di per sé risibili ma sufficienti per permettermi di pensare.
Non è la prima volta che mi trovo in queste condizioni e non ho mai pensato che sarebbe stata l'ultima. Così conservo medicinali utili in queste evenienze.
Ho raggiunto il mobiletto dei medicinali e mi sono subito accorto di avere una discreta collezione di pastiglie. Le prima quattro scatole risultavano scadute.
Un segno rinfrancante da un certo punto di vista, deve essere passato del tempo dall'ultima volta in cui ne ho avuto bisogno. Altre tre scatole erano alla fine, con i blister schiacciati come un cimitero di tombe divelte.
Ed erano ancora più vecchie delle precedenti. Forse le "prime", quelle che avevo tenuto quasi come souvenir del primo viaggio nelle ombre che la mia testa aveva deciso di farsi. Ne rimanevano ancora due. Le ho prese con una certa agitazione. Non avevo intenzione di rivolgermi a dottori, specialisti, strizzacervelli o simili per ottenerne altre. Sarebbe stato meglio? Forse, ma non avevo ancora deciso di tentare una risalita definitiva, m'interessava qualcosa di più momentaneo
Quando ho letto le date sulle confezioni mi sono sentito meglio. Quei numeri mi concedevano ancora tre mesi di affidabilità. Una delle due era praticamente nuova, l'altra a metà e per fortuna ambedue avevano lo stesso nome stampato sulla confezione.
Leggo sul bugiardino:
"La dose raccomandata è di 40 mg al giorno. I pazienti devono iniziare con una dose di 10 mg al giorna e la dose aumentata gradualmente, con aumenti di 10 mg al giorno, alla dose raccomandata in base alla risposta del paziente."
Ricordo con chiarezza che i 10 milligrammi all'epoca non mi avevano nemmeno fatto il solletico. Così ho deciso di iniziare con 20 milligrammi al giorno, esattamente il dosaggio di una compressa.
Questi farmaci non hanno un effetto immediato, di solito la prima compressa sembra di non averla nemmeno presa. Questa volta invece mi ha regalato almeno sei ore di sonno. Al risveglio ho controllato la casella e-mail, ma di Sante non c'era nessuna traccia. Inviti arrivati tramite social-network, offerte su siti di vendita, alcuni aggiornamenti provenienti da newsletter. Tutti finito immediatamente nel cestino.
Anche il cibo ha una sua funzione ben precisa. Ho letto da qualche parte che lo stomaco (o l'intestino, ora non ricordo) è l'organo su cui ricadono maggiormente i rapporti emotivi che abbiamo con chi e con ciò che ci circonda.
Attualmente mi è difficile individuare un "chi", ma sono pienamente cosciente che ci sono miliardi di persone là fuori e che presto potrei essere in qualche modo costretto a rivederne qualche decina.
Ho guardato nel frigorifero, era rimasta solo cibo surgelato, perlopiù verdure.
Il colore verde dovrebbe rilassare se non erro e così ho scelto degli spinaci.
Non dico che avessi voglia di spinaci né tantomeno che avessi un gran appetito ma ero cosciente che senza cibo la mail non l'avrei mai letta.
Nei due giorni successivi la paroxetina ha creato un minimo di "respiro".
Non so descrivere in altri modi la sensazione. Prima ti senti andare giù ad una velocità costante e ti senti immobile in questa sorta di affondare. Poi arrivi ad un punto in cui sei sul fondo, insabbiato. Trattieni il respiro perché ti sembra di essere costantemente sott'acqua. In qualche modo riesci a riossigenarti ma non ti è chiaro il modo. Poi non pensi nemmeno più a come stai respirando. Quelle compresse è come se ti fornissero una lunga cannuccia che arriva fino al di sopra dell'acqua. Con la cannuccia puoi respirare un po' meglio, anche se l'ossigeno arriva ancora in quantità molto di sotto della norma, ma intanto puoi dedicarti ad altro. Ritorni a muoverti un po' più fluidamente e a guardarti intorno con un po' di chiarezza, se di chiarezza posso parlare.
Il terzo giorno sono anche riuscito a fare una lavatrice, a pulire la cucina e ad andare, molto velocemente, a comprare del pane e del latte.
Al ritorno a casa sono crollato per qualche ora, mi ci è voluto un po' per tornare a livelli di coscienza accettabili. Non era successo niente. Appena uscito di casa avevo iniziato a ripetermi in testa le frasi che dovevo dire.
- Due ciabatte e un litro di latte intero, grazie…
Quant'è?…
A lei…
Buona giornata! -
Il negozio era anche vuoto e quindi ci ho messo poco, per strada non ho incrociato nessuno. Per la strada non c'erano nemmeno molte macchine.
E' stata la luce a cogliermi impreparato.
Molta più luce di quanta ce ne fosse a casa mia, un eccesso di vita in un certo senso.
Dopo cena mi faccio un caffè e mi metto davanti al computer.
Leggo a casaccio tra blog, siti d'informazione e forum.
Alle 22.00 precise vado sulla posta elettronica e trova la mail di Sante.
Ha un titolo ben preciso, "STRONZO" e finché non la aprirò non sarò sicuro se si riferisca a me, a se stesso o ad un terzo sconosciuto.
La paroxetina è un farmaco antidepressivo della categoria degli inibitori selettivi della ricettazione della serotonina. In qualche modo aumenta il flusso sinaptico della serotonina. Potrei dire una cazzotta, non sono un medico, ma l'ho capita così. Dicono che bisogna aspettare almeno un paio di settimane per capire se il farmaco faccia effetto o meno. Io so di per certo che le volte precedenti è servito, come ne sono serviti altri.
Ricordo anche benissimo che prima di prenderlo, durante, ma anche dopo, tutte le volte che ho "osato" dirne bene a qualcuno, tutti hanno come minimo storto il naso.
Perché quei farmaci lì, non oso nemmeno citarne il nome comune, non fanno bene…
si sa!Personalmente non sono un fan dei farmaci, non sono uno che quando ha due linee di febbre va dal dottore e si fa scrivere qualche chilo di antibiotici e richiede due o tre visite specialistiche .
Inoltre sono felice per tutti coloro i quali, dopo aver dichiarato di soffrire di
disturbi emotivi, psichici o simili, dicono che loro quella roba lì non la prendono, che ce la fanno da soli. Lo dico sinceramente, li ammiro.
Per quel che mi riguarda invece, ho imparato qualcosa. E non è stato nemmeno facile come lezione da imparare. Quando arrivo ad un certo punto, meglio una pastiglia al giorno che lasciare fare alle mie grandi risorse personali. Per questo prima di aprire la e-mail di Sante, mi vengono in mente tutti quei nasi "storti", tutte quelle smorfie e quei mugugni. Cerco nelle librerie musicali del computer e a loro, a tutti loro, senza troppa acredine né gran risentimento, perché non ce ne sarebbe ragione, dedico una canzone.

martedì 7 settembre 2010

24 per due non fa quarantotto

Uscito dalla doccia mi rendo in fretta conto che non è poi servita a molto.
Lavato via lo sporco rimangono comunque le maglie larghe, i fili spezzati o mal annodati tra loro. Cerco una soluzione logica ma sono lontano anche dal riuscire ad organizzare i pensieri più semplici.
Il mio cervello sembra totalmente occupato e sovraccarico nel dare gli ordini basilari agli arti e pare non farlo nemmeno troppo bene.
Non mi è mai stato chiaro se sia possibile capire quanta serotonina produca un corpo, non so nemmeno se la serotonina sia quantificabile, pesabile o osservabile in qualche modo. Se lo fosse, non so quanta ne troverebbero tra il mio cervello ed il mio intestino. Ma non è questo il punto, divago.
Da qualche parte è in agguato quel cazzo di "senso del dovere".
Mi muovo per la casa alla ricerca di qualcosa, ci vorrei inciampare sopra…
Accendo il computer ipotizzando di potermici collegare in qualche modo.
Punto tutto sull'interazione uomo-macchina in uno slancio di positivismo.
C'è una cartella sul deskstop, contiene almeno un centinaio di scatti che ho fatto ai miei piedi. Mi era parsa una buona idea, guardando quelle immagini avrei ripreso coscienza della mia mobilità e sarei uscito dal torpore e dall'immobilità.
Forse ho dimenticato che l'immagine può, al contrario, creare distanza.
L'immagine diventa proiezione di una realtà, non una realtà.
E' come se qualcuno guardasse una foto di quando aveva due anni.
L'immagine gli può restituire ricordi o forse sensazioni, ma sicuramente non lo può far ringiovanire.
Da alcuni giorni mi guardo le mani. Le apro e le chiudo aspettando di vederci apparire qualcosa dentro. La conclusione è che le mie mani non stringono niente e che non sono né un mago né un prestigiatore.
La via della conoscenza pare lastricata di negazioni.
Ma non è nemmeno questo il punto, sto di nuovo divagando.
La lotta è tra lo "stimolo", chiamiamolo così, che mi spinge a rimettermi in piedi per rispondere alla richiesta di Sante e l'evidenza della mia attuale situazione.
Pare che io riesca ad accettare parecchie cose, ma non quella di non portare a termine qualcosa, anche se ipoteticamente avrei accettato solo di starlo a sentire.
I minatori cileni sono ancora bloccatii sottoterra.
Lo leggo in rete, per puro caso.
Mi sento ancora più una merda di prima, ma sarebbe troppo facile dire che questo mi scuota.
Trentatré persone stanno a più di settecento metri sotto terra da più di un mese.
Posso indovinare quale potesse essere il loro stipendio ma non posso nemmeno lontanamente immaginare quali fossero le loro condizioni di lavoro.
I soccorritori sono in contatto con i minatori, riescono a fargli arrivare generi di sostentamento e i parenti gli scrivono lettere per essergli vicini.
Non sono in grado di trovare una morale in tutto questo.
A questa distanza è chiaro che tutta questa storia diventi un, seppur tragico, elenco di dati. Non è la prima volta che accade una cosa simile e non sarà l'ultima.
E questo acuisce la sensazione che nulla abbia un senso.
Rimango a fissare l'articolo in inglese che sto leggendo.
Non voglio confondere le sensazioni, sarebbe poco onesto.
Non voglio confondere quello che posso provare per trentatré persone che cercano di sopravvivere sottoterra e quello che sento nei confronti della mia esistenza. Non sarebbe giusto e non voglio farlo.
Sono cose talmente diverse che non credo possano avere lo stesso perso o la stessa misura.
Le ventiquattro ore passano inutilmente.
Mando un sms a Sante, mentre lo scrivo trovo l'ombra di una soluzione.
Lo starò ad ascoltare, in un certo senso. Gli darò anche una mano se mi sarà possibile. Ma lui dovrà scrivermi cos'è successo in una mail.
Dovrà essere chiaro, sia nelle spiegazioni che nelle richieste.
Io cercherò di esserlo altrettanto.
In modi e per motivi totalmente diversi, è la parola scritta a tenere in contatto umanità distanti.
24 per due non fa sempre quarantotto.