Uscito dalla doccia mi rendo in fretta conto che non è poi servita a molto.
Lavato via lo sporco rimangono comunque le maglie larghe, i fili spezzati o mal annodati tra loro. Cerco una soluzione logica ma sono lontano anche dal riuscire ad organizzare i pensieri più semplici.
Il mio cervello sembra totalmente occupato e sovraccarico nel dare gli ordini basilari agli arti e pare non farlo nemmeno troppo bene.
Non mi è mai stato chiaro se sia possibile capire quanta serotonina produca un corpo, non so nemmeno se la serotonina sia quantificabile, pesabile o osservabile in qualche modo. Se lo fosse, non so quanta ne troverebbero tra il mio cervello ed il mio intestino. Ma non è questo il punto, divago.
Da qualche parte è in agguato quel cazzo di "senso del dovere".
Mi muovo per la casa alla ricerca di qualcosa, ci vorrei inciampare sopra…
Accendo il computer ipotizzando di potermici collegare in qualche modo.
Punto tutto sull'interazione uomo-macchina in uno slancio di positivismo.
C'è una cartella sul deskstop, contiene almeno un centinaio di scatti che ho fatto ai miei piedi. Mi era parsa una buona idea, guardando quelle immagini avrei ripreso coscienza della mia mobilità e sarei uscito dal torpore e dall'immobilità.
Forse ho dimenticato che l'immagine può, al contrario, creare distanza.
L'immagine diventa proiezione di una realtà, non una realtà.
E' come se qualcuno guardasse una foto di quando aveva due anni.
L'immagine gli può restituire ricordi o forse sensazioni, ma sicuramente non lo può far ringiovanire.
Da alcuni giorni mi guardo le mani. Le apro e le chiudo aspettando di vederci apparire qualcosa dentro. La conclusione è che le mie mani non stringono niente e che non sono né un mago né un prestigiatore.
La via della conoscenza pare lastricata di negazioni.
Ma non è nemmeno questo il punto, sto di nuovo divagando.
La lotta è tra lo "stimolo", chiamiamolo così, che mi spinge a rimettermi in piedi per rispondere alla richiesta di Sante e l'evidenza della mia attuale situazione.
Pare che io riesca ad accettare parecchie cose, ma non quella di non portare a termine qualcosa, anche se ipoteticamente avrei accettato solo di starlo a sentire.
I minatori cileni sono ancora bloccatii sottoterra.
Lo leggo in rete, per puro caso.
Mi sento ancora più una merda di prima, ma sarebbe troppo facile dire che questo mi scuota.
Trentatré persone stanno a più di settecento metri sotto terra da più di un mese.
Posso indovinare quale potesse essere il loro stipendio ma non posso nemmeno lontanamente immaginare quali fossero le loro condizioni di lavoro.
I soccorritori sono in contatto con i minatori, riescono a fargli arrivare generi di sostentamento e i parenti gli scrivono lettere per essergli vicini.
Non sono in grado di trovare una morale in tutto questo.
A questa distanza è chiaro che tutta questa storia diventi un, seppur tragico, elenco di dati. Non è la prima volta che accade una cosa simile e non sarà l'ultima.
E questo acuisce la sensazione che nulla abbia un senso.
Rimango a fissare l'articolo in inglese che sto leggendo.
Non voglio confondere le sensazioni, sarebbe poco onesto.
Non voglio confondere quello che posso provare per trentatré persone che cercano di sopravvivere sottoterra e quello che sento nei confronti della mia esistenza. Non sarebbe giusto e non voglio farlo.
Sono cose talmente diverse che non credo possano avere lo stesso perso o la stessa misura.
Le ventiquattro ore passano inutilmente.
Mando un sms a Sante, mentre lo scrivo trovo l'ombra di una soluzione.
Lo starò ad ascoltare, in un certo senso. Gli darò anche una mano se mi sarà possibile. Ma lui dovrà scrivermi cos'è successo in una mail.
Dovrà essere chiaro, sia nelle spiegazioni che nelle richieste.
Io cercherò di esserlo altrettanto.
In modi e per motivi totalmente diversi, è la parola scritta a tenere in contatto umanità distanti.
24 per due non fa sempre quarantotto.
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